Melek Ta'us

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domenica 9 gennaio 2011

L'Indizio "Occulto"

Ma dove si possono trovare certi indizi senza ricorrere al frusto espediente del “Deus ex Machina”?
Arthur Machen, altro autore sul quale dovremo tornare più avanti, si è adoperato molto in questo gioco di riferimenti “occulti”. L’antesignano di tale tecnica è stato senza dubbio Robert L. Stevenson nel suo “New Arabian Nights”, ripreso ed arricchito dal “Tale of the three impostors” di Machen, sulla cui lettura simbolica ha scritto belle pagine Elèmire Zolla a suo tempo, ma è nel suo romanzo semi-autobiografico “Beyond the hills of dreams” che Machen descrive una tipica inziazione gnostica secondo la formula fortunata (utilizzata peraltro nel “Demian” di Hermann Hesse con le stesse premesse simboliche) del “Romanzo di formazione”. Il protagonista delle “Colline dei sogni” di Machen vive alcune abbaglianti visioni del passato mitico della sua terra (L’”Insula Avallaunius” o “Isola di Avalon” delle leggende celtiche) in principio sotto forma di incubi oppressivi, per poi rendersi conto che il clima di terrore generato proviene solamente dalla sovrapposizione di un mondo “Reale” (quello archetipico delle figure mitologiche) su quello “apparente” e fittizio della Londra industriale ed operaia (e non al contrario. Se la lettura vi sembrasse forzata, ricordatevi della complessa simbologia che sta alla base del “Signore degli anelli” e di cosa siano realmente gli “Orks” …). Tutto il romanzo, nonostante la sua “sottigliezza” che spesso rende la lettura lenta e laboriosa, è in realtà molto interessante ed evocativa, ma risulta ancora più interessante se si tiene conto dei dettagli e degli “indizi” che Machen lasciò per il lettore e che contribuiscono ad inquadrare molte altri capolavori del fantastico in una prospettiva più ampia e meno artificiale della loro fortuna attuale. Tutto il romanzo va in realtà letto seguendo passo per passo gli stadi della trasmutazione alchemica. La prima parte; od “Età dell’ignoranza” del protagonista corrisponderà al “Nigredo” (opera al nero, operazione sull materia bruta ed ignorante, “rozza”, non temperata), la seconda parte, quella durante la quale l’eroe scopre che le sue visioni non sono pericolose, corrisponde già ad uno stadio di “raffinamento” della materia originale, quello in cui l’eroe scopre la propria complessità “pneumatica” attraverso un “sentimento esterno”, un “matrimonio bianco” (leggi non consumato, l’amore di Machen è quasi sempre scevro da componenti sessuali), siamo pertanto nell’”opera al rosso”, quella del trasporto erotico verso la divinità, il “rubedo” che è come un roseto che si risveglia alla vita primaverile, ed in Machen infatti, il “rubor” acquista via via una serie concatenata di similitudini. La pubertà che si risveglia, il porpora delle torri di Avalon quando cala il crepuscolo, poco prima che l’immaginazione salvifica affondi nella notte, il “rossore” delle gote dell’innamorata del protagonista, il “risveglio” della passione etc. C’è chi ha tacciato Machen di “Decadente mancato” ed è stato praticamente Mario Praz nel suo “La carne, la morte e il diavolo, saggio sul decadentismo”, mancato dove? Proprio in questa sua “puritana” reticenza riguardo al sesso, troppo stilizzato, sempre simbolico, mai concretizzato, in aperto contrasto con gli amplessi esorbitanti di un Aubrey Beardsley, di un D’Annunzio o di un Huysmans, ma si è trattato di reticenza puritana da parte sua o del semplice fatto che Machen “voleva” che fosse così, in quanto non gli interessava “impressionare” o “scandalizzare” il lettore, ma rappresentare un stadio mistico più che una semplice esperienza erotica? Che faremo allora, tacceremo di puritanesimo anche i poeti mistici arabi e persiani o gli attribuiremo al contrario uno sfrenato erotismo represso? Così il buon autore di investigazione soprannaturale agisce in soldoni come Machen, dissemina indizi, suggerisce colori e figure che solo un mitografo preparato riesce a scoprire, soprattutto un mitografo “informato”.

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