Melek Ta'us

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domenica 9 ottobre 2011

I tre moschettieri e il Dio delle streghe

Quando parliamo dei “Tre Moschettieri”, a meno di specificare che si tratti del capolavoro di Dumas, stiamo in realtà parlando dei tre più importanti e creativi scrittori della rivista “Weird Tales” ovvero i ben noti H.P.Lovecraft, R.E.Howard e C.A.Smith. Verrà pertanto da domandarsi cosa c’entri questo famoso trio con un titolo inquietante quale quello qui scelto, ma per rispondere occorrerà andare con ordine. Nascono nel 1863 due personaggi destinati a far parlare a lungo di sé; l’uno, femminile, è Margaret Murray, antropologa, iscritta al movimento delle suffragette nonchè considerata come una delle Madri fondatrici del Movimento neo-pagano “Wiccan”. L’altro è Arthur Machen, scrittore, mistico e attore di teatro, universalmente amato e apprezzato da qualsiasi intenditore del genere Fantastico che si rispetti. Che cos’hanno in comune questi due personaggi così distanti per attività e formazione? Molto più di quanto apparentemente possa sembrare, a parte una comune data di nascita, che, col senno di poi, appare ominosa. Risale al 1895 il capolavoro di Arthur Machen intitolato “The three Imposters”. Fortemente influenzato da “The new Arabian Nights” di R.I.Stevenson. Il romanzo è organizzato strutturalmente come una serie di storie dentro altre storie, episodi che si intrecciano alla trama principale e fra questi si trovano due tra i racconti più ammirati e antologizzati di Machen; “The white powder” (che per adesso non ci interessa se non accidentalmente) e “The novel of the black seal”. In quest’ultimo Machen profonde un’intuizione chiave, una di quelle “idee-fiume” o “coincidenze” Junghiane che mettono in comunicazione l’immaginazione umana con il cosiddetto “Realismo fantastico” tanto caro a Pauwels e Bergier. Machen era cresciuto nel Galles, terra ricca di leggende collegate alla mitologia di Re Artù (la cui reggia si voleva popolarmente ubicata a Caerleon On Usk) e al “Piccolo Popolo” o “Tylwith Teg”, in gallese “La Gente del Crepuscolo”, creature tradizionalmente associate al mondo sotterraneo, esseri che, nelle leggende, vivono al confine di due Mondi, il Nostro e quello degli spiriti. Machen, in questo racconto, li priva di quell’aria di innocenza e magia tanto cara al perbenismo Vittoriano, per trasformarli in una razza mongoloide dalle disgustose abitudini, ricacciata nel sottosuolo da ondate di invasori più alti e più forti. Ne fa esseri in decadenza, dall’aspetto degenerato e vagamente rettiloide, i quali, costretti a vivere relegati in grotte e dentro colline cave avrebbero sviluppato una sorta di “contro-scienza” basata, al contrario della nostra, non sulle capitali scoperte del fuoco e dell’elettricità, ma sulla mutazione corporea e sulla creazione di orribili incroci, una contro-scienza oscura e fondata su rituali e tecniche ripugnanti, tecniche che l’ignorante definisce “magiche” in mancanza di una terminologia più adatta.

Con Machen, il “Piccolo Popolo” degli elfi, delle fate e degli gnomi si sposta pertanto dai confini dell’Immaginazione ai confini della Storia ufficiale, dell’Antropologia e dell’Archeologia. Una trovata letteraria diranno alcuni, un atto provocatorio in linea con le tendenze eversive decadentiste, tese allo shock di quel perbenista mondo vittoriano che tanto Byron e compagnia disdegnarono. Sicuramente, ma Machen non è mai stato scrittore incasellabile in una singola moda o tendenza e da sempre, con le sue opere, si muovono anche altri fenomeni difficilmente classificabili. Suo fu un altro racconto, pubblicato all’interno di un’antologia successiva. il racconto (“The Bowmen”) fu scritto quasi per gioco e immaginava, durante un durissimo combattimento sul fronte della Somme, l’intervento degli spettrali arcieri di Agincourt al fianco delle truppe inglesi sottoposte al serrato fuoco tedesco. A pochi giorni dalla pubblicazione di suddetto racconto non finirono di contarsi lettere su lettere di superstiti dal fronte che affermarono di aver realmente visto gli arcieri, domandandosi come diavolo avesse fatto Machen a venire a conoscenza del fatto. Anche in questo caso previo Machen anticipò qualcosa, insinuò un dubbio nella coscienza di un popolo, quello anglosassone, da sempre interessato e affezionato alle sue leggende.


Una breve storia del “Popolo Fatato” in Inghilterra 


Risale al 1700 un libello scritto da un mite pastore anglicano assegnato ad Aberfoyle, oscura diocesi delle selvagge “Highlands” scozzesi, rispondente al nome di Robert Kirk. Il libro, dal titolo “The secret Commonwealth” , costituisce una vera e propria “Summa” religiosa sul “Piccolo Popolo” celtico-anglosassone che così si presenta: “sulla natura e sugli atti del popolo sotterraneo e quasi sempre invisibile, che prima passava sotto i nomi di Elfi, Fauni e “Fairies” fra gli scozzesi delle Basse Terre e chiamati “Hubspisgedh”, Caiben, Lusbartan, “I’ Siotbsudh” fra i Settentrionali o Scozzesi celtici, come sono descritti da quelli che hanno la seconda vista, ed ora, per suscitare ulteriori ricerche, raccolti e confrontati”. Nel suo libello, il buon pastore analizza punto per punto le maggiori credenze diffuse fra i popoli celtici riguardo al popolo fatato e riguardo le persone dotate di seconda vista (“seers”) i quali occupano da sempre un ruolo ambiguo all’interno del Folklore anglosassone. In questa vera e propria “Summa” settecentesca, che anticipa forse per rigore enciclopedico le altrettanto complete fatiche degli “Illuminèes”, vengono già trattate le caratteristiche salienti del “Popolo nascosto”, quei tratti che provengono direttamente dalla tradizione popolare celtica con la quale il mite Cappellano visse a stretto contatto, quella Tradizione cioè per nulla sfiorata dalle leziosità elisabettiane di Shakespeare (contro le quali anche la Murray si scaglierà successivamente) che dipingevano Fate vestite da damine e grandi quanto un ditale. Si legge in un passo di “The secret Commonwealth”: “Questi “Siths” o “Faires”, li chiamano “Sluaghmait” ossia il Buon Popolo (forse per prevenire l’urto dei loro attacchi ostili perché gli Irlandesi usano benedire tutto ciò da cui temono danno) e si dice che siano di una natura intermedia fra l’uomo e l’angelo”. Dunque il trattato si apre già con una nota minacciosa, dal momento che da queste genti tradizionalmente “si teme danno”, perciò ci si rivolge a loro con eufemismi allo scopo di ingraziarseli. Segue una breve dissertazione sulla natura dei corpi posseduti da queste creature, dissertazione che pare estrapolata da qualche trattato paracelsiano del ‘500 sulla natura degli spiriti intermedi o “Elementali” e che qui omettiamo. Riguardo alle abitudini alimentari del “Popolo Nascosto”, Robert Kirk annota: “… si nutrono in modo più grossolano della parte più nutritiva o sostanza di grassi o di liquidi ovvero addirittura di grano che cresce sulla superficie della Terra, e che questi “Fairies” portano via, in parte invisibilmente in parte predando il grano come fanno le cornacchie e i topi. Perciò anche in questi nostri tempi li si ode qualche volta cuocere pane, battere martelli e fare altri lavori del genere entro le piccole colline che essi per lo più abitano”. Ne emerge la colorita e “realistica” impressione di una popolazione curiosa e interessata ai metodi di lavorazione e raccolta del grano, che a volte ruba semplicemente, a volte tenta di farne pane seguendo un processo imitativo, processo che li distingue dai semplici animaletti dei campi che “rubano” semplicemente le spighe. Questo “Processo imitativo” viene ulteriormente rimarcato all’interno di un passo successivo del Kirk a proposito del “Coimjmeadh” o “Compagno di strada”, che sarebbe: “In tutto identico all’uomo come se fosse un gemello o un compagno, e lo segue a passo a passo come la sua ombra, e spesso lo si vede e lo si riconosce fra la gente (essendo simile all’originale) tanto prima quanto dopo che l’originale è morto e spesso in antico lo si vedeva anche entrare in una casa e da questo la gente capiva che la persona simile a lui li avrebbe visitati dopo pochi giorni. Questa copia, eco o ritratto vivente finisce per tornare al suo proprio gregge. Ha accompagnato quella persona così a lungo e così spesso per scopi che lui solo conosce, sia per proteggerla da assalti segreti di qualcuno del suo proprio popolo, ovvero soltanto come una scimmia giocosa che imiti tutte le sue azioni.”. Possiamo dunque anche qui salutare rispettosamente le piccole e giocose fatine vestite di fiori.
 Il “Popolo sotterraneo” a volte si mescola alla gente “comune”, sceglie dei soggetti e “copia” i loro movimenti o le loro abitudini, a volte per curiosità, a volte allo scopo di nuocere apertamente (suona inquietante quel passo relativo al proteggere il soggetto da “assalti segreti di qualcuno del suo proprio popolo”).
A proposito di queste sinistre mimesi, il buon Cappellano rincara ulteriormente la dose in un altro passo; “Il loro vestito e la loro lingua sono come quelli della popolazione e del paese nel quale vivono. Così li si vede portare “plaids” e vestiti di vario colore nell’Alta Scozia e prima d’ora “Suanochs” (specie di “Tartan” di stoffa scozzese) in Irlanda. Non parlano che poco, e questo è come un fischiare sottile, ma chiaro e non rozzo: [del resto] anche i Diavoli evocati in qualunque paese rispondono nella lingua del posto”. E ancora più avanti: “… Questi esseri escono spesso fuori, per profetizzare o per imitare gli atti tragici di qualcuno di noi, e compiono anche molte azioni funeste per conto loro come sfide, risse, piaghe, ferite e seppellimenti tanto in terra che nell’aria. Da tutti i passi fin qui riportati possiamo già riassumere alcuni tratti caratteristici del “Popolo Nascosto”, tratti che paiono estrarli dal mondo canonico delle fiabe europee così come le conosciamo; con i loro “Tom Tit Tot” e “Tremotino” per dipingerli sotto una nuova e più “realistica” luce forse (a parte speculazioni di natura mistico-teologica che vanno semplicemente lette nell’intento dell’autore, comunque appartenente al clero anglicano) o forse sotto una luce da fiaba “nera” più sinistra della precedente. L’immagine che prende gradatamente forma è quella di un popolo che ignora i principi basilari dell’agricoltura e della pastorizia (“rubano” il pane e il latte) nonché i principi del vivere civile così come li conosciamo. Ci imitano alla perfezione ma per pura curiosità, che può essere di tipo innocuo o direttamente nociva, dal momento che non hanno interesse a vivere come noi. Da altre leggende popolari raccolte dal Kirk si evince anche che il “Popolo nascosto” custodisce gelosamente i propri segreti , qualunque essi siano, e che si dimostri particolarmente vendicativo in caso di “intrusione” anche casuale, come risulta da questo e da passi consimili: “… Tuttavia quando diversi paesi non erano ancora abitati da noi, costoro li coltivavano agevolmente sopra la terra come noi facciamo ora, e il segno dei loro solchi resta anche ora e lo si può vedere sulle pendici di monti troppo alti, e ciò fu fatto quando quel terreno aperto era bosco e foresta . Essi si trasferiscono ad altra abitazione al principio di ogni trimestre, viaggiando così fino al giorno del Giudizio perché non possono sopportare di fermarsi nello stesso posto e trovano un certo sollievo a vivere senza dimora fissa ed a cambiare abitazione.



I loro corpi camaleontici nuotano nell’aria vicino al suolo con tutti i loro bagagli, ed in questi periodi di tempi i veggenti, ossia gli uomini che hanno la seconda vista (poiché le donne ben di rado hanno questa capacità) hanno incontri molto terrificanti con essi, anche sulle strade principali, e perciò essi di solito evitano di allontanarsi da casa in queste quattro epoche dell’anno e così hanno reso usuale fino ad oggi, fra gli scozzesi delle montagne, di andare in Chiesa debitamente ogni prima domenica del trimestre per venire esorcizzati, ossia purificati, insieme al loro grano e al loro bestiame contro i colpi e il ladrocinio di queste tribù vaganti.”. Il termine esattamente utilizzato è, per l’appunto, “Tribù”; ricaviamo pertanto l’immagine generale di una popolazione nomade dedita alla caccia, alla raccolta e, occasionalmente, alla rapina, la quale anticamente era usa, al pari di noi, lavorare la terra anche se mediante tecniche che noi non conosciamo e di cui sono rimaste tracce sotto forma di “solchi” (forse terrapieni preistorici?) che forse delimitarono fino in tempi recenti le loro zone di influenza. D’altro canto l’attenzione che la tradizione popolare pareva esercitare nei confronti dei famosi “colpi d’elfo” o “frecce elfiche”, fa pensare a terreni sacri o di sepoltura , come quelli delle popolazioni nomadi delle praterie americane; terreni che il “Popolo nascosto” sorvegliava a vista e la cui profanazione veniva punita con il lancio di dardi letali e dalla punta di selce (da qui la citazione biblica del Kirk su: “la Freccia che vola nell’oscurità”). Con il rema delle frecce di selce Arthur Machen costruirà uno dei suoi racconti più affascinanti, ma prima occorrerà raccogliere qualche altro indizio sui costumi e le abitudini del “Popolo nascosto”. Sempre nel trattato del Kirk più avanti si legge: “Si racconta che essi abbiano governanti aristocratici e leggi, ma nessuna religione riconoscibile, [né] amore e devozione verso Dio, il benedetto creatore di tutto. Essi spariscono appena odono invocare il suo nome o il nome di Gesù (al quale si inchinano volontariamente o perché forzati, tutti quelli che abitano al di sopra o al di sotto della terra: Filippesi, II, 10) né possono far più nulla per quella volta, dopo che hanno udito il sacro Nome.”. Su tale avversione ai riti della religione cristiana speculeranno molto sia Machen che la Murray nonché, in maniera differente, gli scrittori di Weird Tales, ma data l’artificiosità dei dati riportati a suggello di tale diceria, potremmo anche considerare questo elemento come un semplice frutto della cultura ecclesiastica che si trovò ad amalgamare i coloriti elementi della ricca tradizione celtica. Le Fate leggevano? Possedevano una cultura scritta? Sembrerebbe paradossale che un popolo nomade e semi-primitivo sia capace di elaborare anche una “èlite” intellettuale anziché solamente orale, come sarebbe logico aspettarsi, eppure il Kirk risponde affermativamente: “Si dice che abbiano molti libri di fiabe dilettevoli, ma l’effetto di quelle letture si manifesta soltanto con accessi di allegria bizzarra e coribantica come se fossero rapiti e dominati da un nuovo spirito che entrasse in loro in quel momento, più leggero e più lieto di quello loro. Hanno altri libri di significato contorto e misterioso, molto simile allo stile rosacruciano …”.

 Come accennato prima, il Kirk afferma che il “Popolo nascosto” è suddiviso in caste e possiede una sorta di aristocrazia, che l’esegesi di alcuni nomi come “Nic Intyre” (corruzione di “Nicniven”) suggerirebbe di tipo matriarcale (“Nicniven” era infatti popolarmente la Regina delle Fate, o come riportato dagli atti di alcuni processi in Scozia e Inghilterra, delle streghe). La tradizione favolistica dell’ irlandese T. Crofton Croker e le visioni con le quali W.B.Yeats affolla il suo “Celtic Twilights” paiono seguire il Kirk in tutto e per tutto, ma è evidente che le notizie relative alla Regina delle Fate costituiscono un evidente lascito della “Queen Titania” di Shakespeare, figura che fu evidentemente ricalcata su quella della Regina Elisabetta , la quale, all’epoca, veniva accostata alla “Vergine cacciatrice” Diana della cultura classica. Il paradosso costituito da una popolazione nomade, chiaramente rimasta al periodo neolitico la quale presenterebbe allo stesso tempo tratti aristocratici nonché una “élite” di intellettuali che scrivono libri oscuri ed intrisi di strana sapienza occulta, si spiega attraverso gli stessi rovelli classificatori del Kirk.
 Il buon Cappellano si trovò infatti alle prese con un vero e proprio testo di Antropologia su di un popolo occulto e misterioso, di cui sopravviveva un “corpus” orale di proporzioni vastissime e contraddittorie fatte di tracce, accenni, nonché testimonianze di personaggi come veggenti, fattucchiere e guaritrici di paese. Non deve dunque stupire che egli chiamasse a esplicare suddetto mistero anche attraverso il tipo di cultura più misteriosa ed occulta del tempo. Si era quasi nel 1700 e circolavano pertanto già da tempo tutti i libelli attribuiti alla misteriosa “Società Rosicruciana”, dalla “Fama Fraternitatis” alle “Chimische Hochzeit Christiani Rosenkreutz” (trattatello alchemico tradotto dal tedesco con “Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz”), per non parlare dei controversi trattati cinquecenteschi di Teofrast Bombast Von Hoenheim (in arte: “Paracelso”) medico e chirurgo che speculò anche sulla natura degli spiriti disincarnati dividendoli all’interno di specie basate sui quattro elementi della tradizione neoplatonica classica.


Il metodo usato da Robert Kirk assomiglia moltissimo a quello che in Italia adottò il gesuita Athanasius Kircher allo scopo di fornire una dotta spiegazione del fenomeno della “Taranta” pugliese, questo poco tempo prima del concepimento di “The secret Commonwealth”. Nel trattato “Musurgia Universalis” anche il Kircher, allo scopo di rendere ragione di un fenomeno popolare a base pre-cristiana, quale quello della “tarantata” o “ossessa” chiamò in causa la tradizione paracelsiana, la musica orfica e la filosofia neoplatonica, dimostrando che trattavasi di una “moda culturale” comune all’epoca. Domandarsi pertanto se Kirk avesse letto il Kircher o viceversa sarebbe come domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Erede letterario diretto del Kirk, sotto questo punto di vista almeno, fu la scrittrice femminista Sylvia Townsend Warner, la quale nel suo ciclo di racconti incentrati sul regno fatato di “Elfhame” ne riprese in pieno l’aristocrazia matriarcale, la speculazione rosacruciana sui “corpi sottili” o “astrali” (dunque dotati di Sali ed umori meno “materiali” rispetto ai nostri e pertanto “più leggeri” ed “aerei” oltre che con sangue meno “denso”), compresa naturalmente la facoltà di svolazzare e di rendersi invisibili da parte degli elfi, stabilendo anche alcune gustose differenze sociali all’interno della comunità fatata fra “plebei” che volano e “aristocratici” che non fanno uso di ali.
L’affresco della Warner costituisce a tutt’oggi una pietra miliare del genere Fantastico, ma fu l’unica scrittrice a mantenere intatto e coerente questo affascinante tentativo di amalgamare teorie occultistiche e archeo-antropologiche sulla natura e le origini del Popolo fatato. Machen altresì, come vedremo, attribuisce al “Popolo notturno” null’altro se non una rozza e sinistra cultura pittografica, assicurandoli saldamente alla terra e ai suoi anfratti, in questo elemento seguito a ruota dai suoi epigoni americani, ponendo apparentemente una maggiore attenzione alle origini “preistoriche” del mito del “Piccolo Popolo”, ma in realtà con un sottofondo di tipo filosofico altrettanto complesso di quello delineato dal Kirk.

Mariano D’Anza
[fine della prima parte]

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