Melek Ta'us

Melek Ta'us

martedì 26 giugno 2012


 

Charles Williams, Le Origini della “Dark-Fantasy”



Mondi Fantastici e dottrine Esoteriche

Un uomo vaga per le strade di una Londra “trasfigurata”, oscura e crepuscolare, fantasticando sul potere e sulla gloria e su come riuscirà  a ridurre il mondo in schiavitù, in questa e in un’altra vita. Non si tratta di una variazione del romanzo di formazione e non stiamo ascoltando le farneticazioni di un pazzo, siamo invece di fronte ai piani di conquista di uno dei più potenti e temibili negromanti che il mondo abbia mai conosciuto, Simon Leclerc (Un Avatar dell’Evangelico Simon Mago), e ci troviamo all’interno di uno dei più originali romanzi di “Dark Fantasy” ante-litteram mai scritti; “All Hallow’s Eve” (trad. it. “La notte di Ognissanti” Ed. Rusconi, 1975) dello scrittore e professore di studi rinascimentali e medievali, l’oxoniense Charles Williams. Williams fece parte di quella eletta schiera di studiosi, scrittori, amanti di antiche saghe pre-cristiane, poemetti allegorici medievali e “lays” arturiani che furono gli “Inklings”, i quali poterono beneficiare a lungo della guida e del supporto culturale di J.R.R. Tolkien e C.S.Lewis. Williams fu l’ultimo ad unirsi al gruppo, dietro insistenza espressa di C.S.Lewis, il cattolico fervente della “società” che per tutta la vita vide in lui un vero e proprio “Guru”. Quello studioso, dai modi estremamente riservati e dalla cultura pressoché sconfinata (Williams fu anche uno dei più grandi traduttori e commentatori dell’opera di Dante in lingua anglosassone) non tardò ad imporsi nel gruppo, con romanzi come il già citato “All Hollow’s Eve”, “War in Heaven”, “Descent into Hell” ed alcuni altri. Tolkien riconobbe fin da subito il valore letterario di tali romanzi ma guardò sempre con sospetto al suo autore, ritenendo che la sua opera e la sua vita, fossero ispirate da dottrine e convincimenti abbastanza lontani dallo spirito degli “Inklings”, improntato altresì ad un cristianesimo “militante”, allegorico oltre che simbolico e, naturalmente, epico. Stabilendo un confronto superficiale fra l’opera di Williams e quella dei suoi più conosciuti sodali, sicuramente balzano all’occhio alcune peculiarità tutt’altro che irrilevanti. Sia Tolkien che Lewis scelsero di rappresentare l’eterna lotta fra Bene e Male in mondi “Altri”, simbolicamente “collegati” al nostro, stiamo pensando alla “Terra di Mezzo” di Tolkien e alla “Narnia” di Lewis, inoltre entrambi gli autori avevano in mente concetti molto “concreti” per quanto riguarda la generica definizione di “Male”. In Tolkien si tratta della schiavitù abbrutente (rappresentata dagli “Orks”), dell’ambizione che divora ogni residuo di umanità (rappresentata da tutti coloro che cadono vittima dei poteri dell’anello), dalla presunzione e dall’odio, mentre in Lewis il Male è la tentazione per il proibito, l’arma peggiore delle “potenze dell’aria” che fanno sembrare il più orribile dei peccati nient’altro se non una fanciullesca effrazione a regole incomprensibili ed asfissianti. Williams invece ambienta tutti i suoi romanzi nella prosaica Inghilterra, industriale e rurale, del dopoguerra ed i suoi protagonisti non sono valorosi cavalieri, coraggiosi Hobbit o distanti Elfi, bensì curati di campagna, studenti e studentesse di Oxford, pittori di belle speranze, uomini e donne comuni insomma, eppure si tratta di narrazioni piene di apparizioni dell’Altro mondo, Negromanti, Potenze Celesti e infernali, Bestie Fantastiche etc. Tolkien inoltre usciva attivamente dalla prima guerra mondiale, dalle trincee asfissianti, dal tiro costante delle mitragliatrici e dalla paura onnipresente e terribile della morte, da qui forse le sue impressionanti, seppure “idealizzate” in un senso epico, quel senso che mancò totalmente alla disumana macelleria della “Grande Guerra”, descrizioni di battaglie campali. Aveva dunque un concetto molto chiaro di cosa intendesse per “Male”, pure Williams aveva il suo, ma era molto più sottile. 















“at bottom a darkness has always haunted me”, ebbe a dire una volta Williams ad un suo amico, eppure Lewis lo descriveva come la quintessenza della cavalleria, della generosità e della cultura, dunque quale era la natura di quella forza onnipossente che sembrava ossessionarlo? Leggendo i suoi romanzi, emerge la costante impressione del fatto che Williams, come tutti i mistici che lui conosceva ed annotava, possedesse la naturale convinzione che i conflitti, i mali e le guerre che opprimono questo mondo siano la diretta conseguenza dei conflitti cosmici che avvengono in un’altra realtà, una realtà “Parallela” alla nostra, eppure “intrecciata” alle nostre vicende e alla nostra storia contingente, la realtà dei miti, delle leggende e dei simboli. Da bravo mistico, egli tentò, diversamente dai suoi colleghi, di saperne di più sulla natura e sulle forze operanti in questa “Realtà” parallela, sfociando in quel fiume enorme ed eterogeneo che è nato quando nacque il concetto stesso di una Divinità creatrice e al tempo stesso distante ed il cui nome è “Teosofia”, ovvero, “Scienza delle Cose divine”. La conoscenza amicale che Williams intrecciò con il signor Arthur Edward Waite, gettò sul suo mondo quella luce della quale era in cerca da molto tempo. Waite era una poco ortodossa figura di studioso, artista e poligrafo, conoscitore di dottrine esoteriche ed entusiastico “enciclopedista” delle stesse. Fondatore della “Societas Rosicruciana in Anglia” (una branca della “Outer Masonry”, che faceva risalire le proprie origini ai Rosacroce tedeschi del 1700, una società segreta che professava un cristianesimo esoterico, mistico, riservato a pochi), nonché membro eminente della più famosa “Golden Dawn”, altra società “segreta” della quale fecero parte anche Sax Rohmer e il premio Nobel W.B.Yeats, Waite introdusse Williams ai rituali di queste società, rituali di magia “Cerimoniale”, la cui grandezza ed opulenza era ricalcata sulle magnifiche cerimonie “ermetiche” rinascimentali, così ben adombrate nella prosa di un Marsilio Ficino. Stando alle entusiastiche descrizioni che Yeats fece di queste cerimonie in “Autobiographies”, si trattava di rituali durante i quali si pronunciavano “nomi di potere”, si indossavano vesti ricche e colorate a colori simbolici rappresentanti i quattro elementi classici (terra, fuoco, aria e acqua), si impugnavano splendide armi, gioielli e costumi esotici, si bruciavano incensi ed oppiacei per rispettare congiunzioni simboliche con pianeti, pietre, animali, Dèi e Angeli  (un altro Mago, il sulfureo Aleister Crowley, offrirà invece un quadro piuttosto squallido di queste cerimonie). Nonostante la “Teurgia” (lett. “Invocazione di forze Divine”), che i seguaci della “Golden Dawn” consideravano un aspetto della Magia Cerimoniale sia a tutt’oggi considerata dalla Chiesa Cattolica come una disciplina proibita e condannata, Williams ne difese fino all’ultimo la validità conoscitiva ed affermò trattarsi di una dottrina assolutamente non in opposizione con quella Cattolica ed in questo non fece altro se non ripetere, nell’Inghilterra del XX secolo, l’appassionata difesa che il rinascimentale Pico della Mirandola fece della Cabala “Cristiana”. Williams fece sue alcune conoscenze proprie appunto della Cabala (o “Qabbalah”) ebraica, una forma “esoterica” di riflessione sull’Antico Testamento, che, fra le sue tecniche di meditazione, associa ogni lettera del testo sacro ad un valore numerico (“Gematria”), ed opera “Trasmutazioni” di nomi e lettere allo scopo di costruire sentenze mistiche e simboliche che vengono considerate come veri e propri testi “altri” e paralleli al Testo sacro originale. Mediante tali tecniche, che Waite conosceva bene, Williams diede forza alla sua convinzione di un Mondo “Altro” fatto di simboli e di figure Divine e demoniache, adombrato da questo, ma soprattutto arrivò a concepire la stretta relazione che intercorre fra il mondo Divino e quello umano e contingente, che costituisce la preoccupazione di ogni mistico. 













La “Teosofia” cabalistica infatti, sotto l’influsso della proibizione ebraica a rappresentare le fattezze divine, ha elaborato, in epoca medievale, una complessa fisiologia “sottile” tesa a descrivere la Divinità secondo i suoi attributi (Potenza, Saggezza, etc.). All’interno di uno schema ascendente, chiamato dai cabalisti “Albero della vita”, gli attributi divini vengono associati a sfere di vari colori (probabilmente di origine planetaria) chiamate “Sephiroth” le quali, fra le altre cose, vengono associate allo schema stesso di un ideale “Corpo” di Dio. Così “Kheter” (la Corona) sarà la sua testa, Binah (la Saggezza) corrisponderà al suo cuore, e così via, fino addirittura ad arrivare al sesso (in senso discendente). L’idea che la realtà e perfino il nostro stesso corpo possieda una “risonanza” tutta sua che lo collega alle forze tutte del cosmo era già un’idea rinascimentale, un’idea che personaggi come Pico della Mirandola, Cornelio Agrippa, Marsilio Ficino e lo stesso Luigi Pulci (il creatore del “Morgante”, uno dei primi capolavori di Fantasy in assoluto) mutuarono direttamente dalla Cabala ebraica e Williams, che era professore di studi rinascimentali a Oxford, non fece altro se non continuare questa tradizione, integrandola con quelle pratiche “cerimoniali” che Waite gli fornì come supporto “pratico-operativo”. I rituali della Golden Dawn prevedevano un avanzamento dei “gradi” (da “Adepto” a “Magus” a “Ipsissimus”) fortemente legato alla simbologia cabalistica ed associavano tutto un complesso di divinità, angeli tutelari, profumi e colori specifici di ciascun attributo o “Sephirah”. Per ampliare e diffondere tale profonda credenza, che cioè l’uomo sia collegato intimamente a ciascuna e a tutte le forze del cosmo, Williams fece appello alle sue sconfinate conoscenze filologiche, con risultati che possono ben stare alla pari con quelli di Tolkien. In uno dei suoi componimenti poetici più famosi; “Taliessin through Logres” che si ancora all’immaginario celtico e profetico del mondo anglosassone pre-cristiano, Williams fornisce la suggestiva immagine di una mappa dell’Europa corrispondente alla parti del corpo umano, immagine sicuramente mutuata dalla composizione “Sefirotica” del corpo di Dio (Origine ed “Archetipo” di quello umano appunto).



 
Alle origini della Dark-Fantasy

I Mondi fantastici suggeriti da Williams, sono pertanto di genere più “sottile” rispetto a quelli di Tolkien o Lewis. Quest’ultimo si avvicinò forse a ciò che Williams voleva mostrare in almeno due dei suoi scritti meno conosciuti. Nel bel libro: "The Pilgrim's Regress" (“Le due Vie del Pellegrino” trad. Jaca-book, Roma 1979).












 Lewis abbandona il genere dell’allegoria di tipo cristiano-medievale, per abbracciare il mondo dei simboli, sorta di figure allegoriche “più profonde” in quanto richiamantesi a concetti ancestrali, solo superficialmente riferibili a caratteristiche morali o etiche e soprattutto, non ubicabili storicamente a questa o quella vicenda umana contingente. Il “Pilgrim” delle “Due vie” è un erede dei cavalieri Parsifal, Galahad e Bors della “Quete du Graal” medievale, è l’archetipo dell’uomo comune “trasfigurato” dal suo cimento nella “quest”, alla ricerca di un senso profondo dell’esistenza e alle prese con le difficoltà e i perigli della vita, incarnati in figure ominose come Draghi, Grifoni nani e fate Morgane. La “Trilogia di Edwin Ransom” costituisce invece un’ ennesima apertura a quel mondo “sottile” del quale la prosa di Williams è densa. Lewis ambienta le avventure del “viaggiatore interstellare”, nonché “Detective psichico” (nella tradizione dei vari John Silence e Carnacki) all’interno di una “Battaglia cosmica” fra bene e Male, combattuta su questo e in altri mondi, al tempo della seconda Guerra Mondiale. Suggerisce quel concetto, caro a Williams, per il quale le lotte e i rivolgimenti che avvengono in “questo” Mondo siano solo il riflesso materiale di ciò che avviene in mondi “spirituali”, archetipici e simbolici. Così ecco Ransom combattere sul pianeta Perelandra contro l’essenza stessa del Male, incarnata in una figura femminile dai tratti Vampirici e rettileschi, oppure opporsi, sulla Terra, al ritorno della Magia pagana e barbarica, incarnata nella figura potentissima del Merlino celtico, contro una “setta” (nei caratteri dei cui componenti sono riconoscibili i tratti del nazismo esoterico e magico) che vuole usare le forze di Merlino per i propri progetti di conquista e dominio del Mondo. Questa idea della “Lotta su più piani di esistenza” diventerà un tratto caratteristico di certa Fantasy statunitense, il cui più emblematico rappresentante sarà l’immaginifico Poul Anderson, scrittore pluripremiato di Fantasy e FS. 














Anderson ambienta questo genere di conflitto nel Mondo, a lui molto caro, della saghe Norvegesi e Danesi, ad esempio in un capolavoro come “Tre Cuori e Tre Leoni” (trad. it. Ed. Nord), laddove un onesto e coraggioso giovanottone danese, durante una lotta particolarmente cruenta contro un gruppo di nazisti si ritrova catapultato nel magico Mondo di Faerie, abitato da Streghe Esseri fatati, Giganti, Trolls e fanciulle-cigno, Mondo nel quale egli scoprirà di essere, nientemeno, che l’incarnazione di Oggieri il Danese, il mitico cavaliere protagonista, insieme a Orlando, dei “Cantari di Gesta” incentrati sulla figura di Carlo Magno. Le “Corrispondenze Archetipali” costituiscono uno dei punti di maggior forza all’interno delle complicate trame di Charles Williams. In uno dei suoi romanzi più riusciti; “The Place of the Lion” (Trad. It. “Il Posto del Leone”, Ed. Jaca Book 1996), Una agguerrita studentessa di Oxford evoca nel nostro Mondo, con la pura forza della propria smisurata ambizione accademica, gli Archetipi stessi dell’Iperuranio platonico, ovvero quelle “Forze dell’Immaginazione” primordiali che contengono nella loro propria essenza generale e increata la somma delle proprie manifestazioni individuali. Si sono sprecati interi libri di Filosofia per dimostrare quanto la teoria platonica degli Archetipi sia debitrice delle dottrine Vedantiche Hindu, con il loro concetto di Brahman (Essenza universale, Unica, ingenerata e increata) e le sue manifestazioni singolari sotto forma di Dei e Dèe, concepite nella loro “Avidya” (apparenza) come entità singole e separate e poco importa che Williams conoscesse o no le origini o gli sviluppi di questa “querelle” culturale, quello che è certo è che egli conosceva fin troppo bene il “Modus Operandi” degli Archetipi. 
















 

Quando l’Archetipo del Leone (di lewisiana memoria) fa la sua apparizione nella placida campagna oxoniense, richiamato dall’ambizione femminile della protagonista (Il Leone corrisponde anche all’Arcano Maggiore dei Tarocchi denominato “La Forza” e corrispondente alla volontà ed alle ambizioni umane) non è infatti un Leone qualsiasi è l’”Essenza stessa” del genere Leone, la somma di tutti i suoi “Avatar” particolari, risultato; nel momento in cui appare l’Archetipo, tutti i leoni della Terra scompaiono “riassorbiti” all’interno della loro immagine “Universale” e così pure avviene per gli altri Archetipi che fanno la loro comparsa nel romanzo. Suddette immagini seminano il panico ad Oxford, fin quando i protagonisti non apprendono che tali forze occulte sono forze “umane”, dunque in grado di venire dominate dalla volontà e dall’immaginazione del genere “Homo”. Già da questo esempio è possibile stabilire una differenza fra il genere di Fantasy tolkeniano e quello concepito da Williams. La “Terra di Mezzo” di Tolkien infatti, non è che una immagine allegorica della nostra, un Mondo “alternativo” che può o non può venire collegato al nostro. Nani, Orchi Elfi ed Hobbit, corrispondono ad immagini rigorosamente allegoriche, laddove; i Nani rappresenterebbero la curiosità umana e l’ambizione (conoscenza occulta dei segreti della Terra) facilmente soggetta al demone dell’Avidità, gli Elfi all’Immaginazione umana “forgiata nel fuoco delle origini” facilmente reversibile nella prevaricazione e nella volontà di dominio, gli Hobbit corrispondono invece alla semplicità e alla purezza, il cui specchio oscuro è il campanilismo, la vigliaccheria e il provincialismo. Ma Williams è “consapevole” di una “reale” interdipendenza fra il Nostro ed altri Mondi, di una “Risonanza” occulta per la quale le forze all’Opera nel nostro Mondo sono causate e sono causa a loro volta di eventi rilevanti che avvengono in Mondi “Paralleli”, coesistenti e, a volte consustanziali al Nostro, Mondi con regole proprie, abitanti propri e “Potenze” proprie. Lewis, nella lettera che scrisse a commento di “The Place of the Lion” (fedelmente riprodotta nell’edizione italiana) insiste sulle caratteristiche di Fantasy “cristiana” del Romanzo, insiste cioè a voler interpretare il contenuto del Romanzo come un commentario teologico a proposito del peccato di ambizione ;” … abuso dell’intelletto cui è oltremodo suscettibile la mia professione (leggi quella di Professore oxoniense)”, ma dimostra di aver ben appreso la lezione del “mentore” Williams quando descrive gli usi e i costumi delle razze autoctone di Perelandra e del “Pianeta Silenzioso” nella sua “Trilogia di Ransom”. Le dottrine alle quali Williams dedicò tanto tempo ed energie, professavano appunto tutta una serie di “credenze scientifiche” di questo tenore (L’Occultismo, in ultima istanza, altro non è se non una “Scienza dello Sconosciuto”), ovvero che fosse possibile entrare in contatto “reale” con essenze e creature di “Altri Mondi” mediante l’ausilio dell’ Immaginazione umana “allenata” alla visione di tali entità sotto forma di simboli, ideale commentario al famoso detto; “Tutte le Leggende possiedono un fondo di Verità”. 



Un piccolo diavoletto rosso

Sempre Lewis, in un suo romanzetto “apologetico” chiamato “The great Divorce”, ci presenta un Angelo che si offre di liberare l’anima condannata dal suo tormento espiatorio, purché rinunci al peso del suo peccato, simbolizzato da un diavolo rosso attaccato alla sua spalla. Naturalmente il demonio non cederà tanto facilmente, inutile dirlo. Tutta la vicenda è “simbolica” in realtà, in quanto per tutti gli “Inklings” (ed anche per narratori del Fantastico inglese quali Arthur Machen e Algernon Blackwood) il peccato ed il Male esistono e sono realtà “concrete”, poco importa che a sostegno di tale verità si chiami in causa la dottrina Cattolica, quella Anglicana della Predestinazione o quella esoterica della Qabbalah. Il primo passo è riconoscere l’esistenza del Male, riconoscere che viviamo in un’isola di beata ignoranza, nella quale non c’è posto o non c’è spazio apparente per realtà “alternative”. La Londra dei narratori ai quali facciamo riferimento è un’allegoria della prosaica realtà umana, fatta di costanti impegni per sopperire alla mera sopravvivenza, una realtà composta da studenti, impiegati, banchieri, pittori o semplici sognatori squattrinati. Ma ecco, all’improvviso l’Ignoto fa la sua comparsa, la Meraviglia supera la Soglia che i nostri impegni quotidiani tengono sbarrata e invade la nostra ordinata e prosaica Realtà, generando scompiglio e terrore, a quel punto non rimane che una scelta, affrontarla o soccombere ad essa. Il Male è più preparato di noi a combattere questa guerra perenne. Egli sa che la nostra percezione corrente non è che un velo, un diorama che può sollevarsi a suo piacimento per rivelare l’esistenza di altri mondi e altri conflitti, e gli agenti del Male sanno come sollevare questo velo e nuocerci, in maniere che non osiamo neppure immaginare. Charles Williams elaborò una interessante dottrina, quella della “Co-Inerenza”, per la quale la Creazione, così come noi la intendiamo non esiste solo nel momento presente, ma anche, e soprattutto allo stesso tempo, in quello passato e in quello futuro. Il Male conosce bene questa realtà, ecco perché ha un vantaggio in più rispetto a noi. E’ proprio in virtù della “Co-Inerenza”, che il Mago Simon Leclerc di “All Hallow’s Eve” può trascorrere l’Eternità indisturbato per perseguire i suoi sogni di Sacerdozio eterno e dominio del Mondo. Inoltre “L’Altro Mondo” convive contemporaneamente al Nostro, pertanto le vittime che Simon Leclerc asservisce alla propria sete di dominio, non saranno sue schiave solo in questa Realtà, ma anche in quella dei Morti e dei trapassati (in sintesi l’essenza della Necromanzia medievale, ovvero la facoltà diabolica di utilizzare i morti per i propri fini), fin quando le forze del Bene non comprenderanno che anche loro sono soggette alla Legge della “Co-Inerenza”. Una volta assodato questo, il protagonista della Novella si avvarrà dell’aiuto della propria moglie, defunta da tempo durante un incidente aereo, ma sempre vicina a lui anche se su di un piano più “sottile” e potrà rendere a Leclerc pan per focaccia.










 Allo stesso modo, in “War in Heaven” (Trad. It. “Guerra in Cielo”, Jaca Book 1994) l’apparizione del Santo Graal sulla Terra richiama automaticamente le forze del Male, rappresentate da streghe e stregoni, le quali conoscono molto bene i riti per incatenare al Male ciò che è puro e buono, mentre un semplice curato di campagna faticherà non poco a comprendere che le forze soprannaturali di altri mondi sono ben lungi dall’essere una mera  allegoria di vizi e di virtù umane. Benché in Williams  l’elemento orrorifico, rappresentato da streghe, fantasmi, Necromanti ed esseri maligni, abbondi, egli non si limita solo a mostrare questo. Un Romanzo del terrore, si ferma inevitabilmente all’irruzione dell’ignoto nella vita quotidiana ed alla inevitabile sconfitta del prosaico; il Fantasy invece prosegue “Oltre la Soglia”, laddove la battaglia infine ha luogo e la lotta contro l’Orrore contiene in sé la promessa di una realtà più piena, più densa di significato, trasfigurante oseremo dire, da qui l’aspetto “iniziatico” di ogni buona Fantasy che si rispetti. Abbiamo già detto che Williams era ossessionato, come ogni buon Mistico (come lo fu anche il gallese Arthur Machen ad esempio) dal problema del Male. Certi suoi atteggiamenti rivelavano altresì una certa dose di sadismo (vedi in proposito il saggio “Charles Williams: The Last Magician”, Grevel Lindrop, 2008) come testimoniano i seguenti versi tratti da un suo componimento: 

My mind possessed me with delight
To wrack her lovely head
With slow device of subtle pain.

Williams sentiva la necessità di superare il semplice problema del Male (semplice nella sua manifestazione prima, ovvero il Terrore), di comprenderne la Natura per così comprendere anche la natura delle Forze benigne del Creato. Waite gli fornì così una infarinatura di Magia Nera essendo infatti uno storico appassionato di dottrine occulte, infarinatura alla quale Williams attinse a piene mani in Romanzi come “War in Heaven” e “Descent into Hell”. Superata però la soglia del Terrore, attende l’ultima prova, quella della natura “Reintegrata”, nella sua essenza, ricongiunta nel senso di appartenenza a tutto il Creato. Ecco perché Williams fu un convinto sostenitore della concezione dell’Amore umano (nella sua accezione erotica e non platonica) in quanto specchio di quello divino. Ciò comporta dei sacrifici, in quanto è estremamente difficile riunire ciò che Dio (o gli Dèi secondo il “Simposio” di Platone) hanno separato.









In “All Hallow’s Eve” è come se i due protagonisti dovessero nuovamente sposarsi, la seconda volta in maniera realmente più “sottile”. La prima volta furono uniti nell’amore umano, la seconda celebreranno un matrimonio mistico fra due Mondi, dato che Richard è ancora vivo, mentre la Moglie appartiene oramai al mondo dei Morti, un matrimonio “alchemico” se vogliamo. Per Williams l’amore possiede sempre una qualità ambigua ed “eroica”, quasi cosmogonica. Due Mondi e due Potenze si tratta di unire, non solo due corpi ed è un po’ quello che lo stesso Tolkien vuole suggerire con il suo “Matrimonio Sacro” fra il Re umano Aragorn e la sua elfica consorte Arwen. Williams celebrò tale dicotomia mantenendo una relazione extraconiugale durata ben diciotto anni (di tipo platonico stando ad i suoi biografi) con la signorina Phyllis Jones, relazione molto conflittuale e sulla quale ebbe ben più che un ripensamento. 


 
L’eredità di Williams, la Dark-Fantasy propriamente detta

Per i più “profani” si può dire che il genere “Dark Fantasy” possieda la struttura del Fantasy (con tutti gli elementi di “Quest” lotta del Bene contro il Male etc.) con in più elementi del classico racconto del Terrore (Zombi, lupi mannari, Spettri, Stregoni etc.) ma abbiamo visto che la faccenda è molto più complessa e sta molto più a monte. Williams è stato in realtà il capostipite di questo genere e gli ha procurato una struttura complessa e articolata quanto e più del complesso apparato simbolico-allegorico che sta a monte del “Signore degli Anelli” del suo collega “Inkling” J.R.R.Tolkien. In ordine di anzianità, si può dire che i primi eredi diretti di Williams sono stati i britannici Brian Lumley e Tanith Lee. Il primo ha scelto di dotare il complesso simbolismo inerente al pessimismo cosmico di matrice lovecraftiana di una struttura “Fantasy” con tanto di suddivisione in magia bianca (operata da Deità benigne come il celtico Nodens) e magia nera, scienza oscura praticata dai “Grandi Antichi” e dai loro perversi seguaci, con una operazione che assomiglia molto al ciclo di Edwin Ransom di Lewisiana memoria. La “Saga di Titus Crow” di Lumley (trad. it. Per Fanucci editore, coppia di volumi oramai fuori catalogo), possiede molti elementi dei classici racconti di “Investigatori psichici”, come il John Silence di Algernon Blackwood e il Carnacki di W.H.Hodgson, combinati con il racconto “onirico” alla Dunsany e, naturalmente, con il ciclo di Cthulhu di H.P.Lovecraft. Nel romanzo “Khai di Khem” invece, ambientato in un oscuro Egitto pre-dinastico pieno di elementi magici, Lumley affronta il tema della Reincarnazione e della Magia esoterica egizia, raggiungendo quadri di notevole potenza, che accomunano il romanzo alle soluzioni adottate in “All Hallow’s Eve”. Per quanto invece riguarda le opere della scrittrice pluripremiata Tanith Lee, gli elementi in comune con le tematiche introdotte da Williams non si contano. Tutti i temi esoterici vengono trattati dalla Lee con maestria inusitata; dalla Reincarnazione, al tema degli angeli caduti, dai tarocchi alla stregoneria medievale, all’interno di bellissimi romanzi come “Lord of Delusions”, “Nightlords”, “The secret books of Paradys I & II” e “Volkhavaar”. Sono trame complesse quelle della Lee, misto di crudeltà e di tenerezza (tratti caratteristici sia della prosa che della poesia di Williams come abbiamo visto), delineate in Mondi paralleli al nostro, oppure in passati e futuri che ci appartengono ma di cui abbiamo smarrito il ricordo, o riferentisi a Mondi “sottili” per riconoscere i quali bisogna possedere una “vista” allenata. 








Ma a tutt’oggi, l’allievo più promettente di Williams si è rivelato lo statunitense Tim Powers. Benché la complessità delle trame di Powers risenta molto della narrativa di P.K.Dick (del quale Powers è stato amico e ammiratore devoto) pure l’apparato simbolico e immaginifico dei suoi romanzi è fortemente debitore dei romanzi di Williams (per stessa ammissione di Powers). Il romanzo “From stranger Tides” (trad. it. “Mari Stregati”, Per Fanucci, 2011), tornato alla ribalta negli ultimi tempi a causa del (poveramente basato) riadattamento cinematografico della Disney, mantiene praticamente intatta la struttura di “All Hallow’s Eve”, con, in più, tutto il fascino di una storia di pirati vecchio stile alla “Capitan Blood” di Rafael Sabatini. Proprio come nel romanzo di Williams, qui il tema centrale è appunto costituito dalla Necromanzia, che in Powers si svincola delle sue radici medievali per radicarsi nell’esotico mondo del Voodoo haitiano-caraibico, con i suoi maligni bocor, le sue ciurme di Zombi e la magia simpatetica. Le veci di Simon Leclerc sono “prese in custodia” da una coppia di convincenti stregoni inglesi, tesi ad operare commistioni occulte fra magia rinascimentale e stregoneria africana e la cosa più bella è che Powers si documenta in maniera ineccepibile, descrivendo complesse cerimonie magiche e combinandole con rigorose proprietà scientifiche, secondo una formula felicissima che ripeterà invariata in tutti i suoi romanzi. In “Anubis Gates” (trad. it. “Le porte di Anubis”, Fanucci ed. 1991), da molti considerato come il suo capolavoro, si assiste a paradossi e salti temporali (con l’invariabile elemento magico di sottofondo), ma l’opera è più una riflessione sul concetto teologico della Predestinazione (spiegata in termini scientifici) che non un’originale opera di fantascienza ispirata al filone Steampunk, come affermano i suoi critici più classici. “The Last Call” invece, collega il simbolismo dei Tarocchi al gioco del Poker ed è, a paragone di chi scrive, un capolavoro. Ambientata nella Los Angeles creata dal Gangster “Bugsie” Siegel (al quale viene ritagliato anche un piccolo, importante cammeo), prende spunto rispettivamente dai romanzi di Williams “The Greater Trumps” (sul simbolismo dei Tarocchi) e “Descent into Hell”. Il malvagio di turno apprende, utilizzando le figure di un mazzo di tarocchi “maledetto” a proiettare la propria anima in altri corpi per allungare indefinitamente la propria giovinezza, esattamente come lo stregone malvagio di “Descent into Hell”. I Tarocchi di Powers sono in realtà immagini archetipiche di Dèi e Dèe (come la lunare Lilith-Astarte babilonese), dunque potenze archetipiche (come quelle di “The Place of the Lion”), inoltre permettono di anticipare il passato e scrutare il futuro (come gli Arcani Maggiori di “The Greater Trump”), il tutto abilmente mescolato alle superstizioni e alla “cabala dei numeri” propri del sottomondo dei “gamblers” di professione. 

“The stress of Her Regard” (trad. it. “Lamia” Fanucci ed.) è chiaramente ispirato a “Descent into Hell” ed ha preteso da Powers un notevole lavoro di documentazione sulla vita e le vicende dei Poeti Romantici George Byron e Percy Bysshe Shelley. Prendendo spunto dal tema del “Doppelganger” (doppio oscuro e demoniaco) al quale fa oscuramente riferimento lo stesso Shelley nel suo “Prometheus Unbound”, Powers riprende tutto l’apparato di Williams relativo al vampiro biblico Lilith ed ai fantastici e terribili “Succubi”, facendone risalire la stirpe ai mitici Angeli caduti chiamati Nephilim (“I Veglianti”) dell’apocrifo “Vangelo di Enoch”, descrivendoli come una razza aliena, precedente alla nostra in termini storici, attirata da noi in termini erotici e soggetta ad una serie di restrizioni e regole, misto di proprietà magico-esoteriche e di elementi scientifici abilmente combinati fra di loro (secondo la regola classica). 






Purtroppo non tutta l’opera di Tim Powers è stata tradotta in italiano e la maggior parte di ciò che è stato tradotto è oramai fuori catalogo. Un vero peccato dato che Powers non ha perso un colpo nel descrivere trame complicate e dense di personaggi credibilissimi e indimenticabili. Nella sua penultima fatica; “Declare” (2001), Powers si propone addirittura di descrivere una Guerra Fredda “esoterica” a basi di magie ancestrali e creature leggendarie (fra le quali l’immancabile Merlino), una trama che Charles Williams avrebbe di sicuro apprezzato.


Mariano D’Anza

Charles Williams: Bibliografia parziale
“La notte di Ognissanti”, Rusconi, 1975
“Il Posto del Leone”, Jaca Book, 1996
“La Pietra di Salomone”, Jaca Book, 1983
“Guerra in Cielo” (Con un articolo introduttivo di T-S.Eliot), Jaca Book, 1994
"Discesa all'inferno" tr. di Aldo Camerino, La Sfera 2, Sodalizio del Libro, 1959
Tutti i romanzi di Charles Williams sono scaricabili gratuitamente (in lingua inglese) sul sito “Project Gutenberg”.








2 commenti:

  1. Ottimo post, davvero interessantissimo! Io sono un adoratore di Powers e The last call l'ho trovato una meraviglia! Bacco alleato del Re di Las Vegas è fenomenale.

    Complimenti ancora per il blog.

    Stezio

    RispondiElimina
  2. Grazie mille Stezio, facciamo del nostro meglio:)

    RispondiElimina