Melek Ta'us

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sabato 1 marzo 2014

La Trappola (Un caso di Marco Arrigoni)



La Trappola


Viso affilato, colorito anemico

Marco Arrigoni represse un brivido e si reimmerse nella lettura del manoscritto. Era difficile capirci qualcosa, la grafia non era delle migliori, ma questo lo aveva già calcolato. La vera difficoltà stava nell’estrapolare la parte che maggiormente gli interessava da una profusione caotica di note marginali, piccoli disegni infantili e cancellature. Arrigoni sapeva bene che qualcosa non quadrava, l’intera vicenda aveva un disegno complessivo tutt’altro che lineare, per questo aveva accettato il caso. Il personaggio che, appena un giorno prima, gli aveva messo in mano l’incartamento, era stato un uomo sulla quarantina, viso affilato, colorito anemico, capelli color paglia che cominciavano a diradarsi sulle tempie e quel quaderno tozzo e voluminoso portato strettamente incastrato sotto l’ascella destra, quasi come se cercasse, con quello scomodo fardello, di tenere alla sua giusta altezza la spalla magra e spigolosa. Arrigoni era rimasto subito catturato dagli occhi del visitatore, innaturalmente grandi, tondi, di un bel blu scuro e sempre umidi, come a causa di un’irritazione o semplice indizio di una prolungata assenza di sonno. “Marco Arrigoni vero? Piacere …” gli aveva detto a mò di presentazione, con voce incolore e accompagnando la frase di cortesia a una stretta di mano debole ed insicura. “Devo dirle che, in principio, non avevo molta fiducia in lei … non è stato per malafede, tutt’altro mi creda … è che non sono sicuro del fatto che qualcuno possa davvero aiutarmi …”. Arrigoni si era permesso di annuire comprensivo, quel tipo di approccio era per lui talmente familiare da superare la banalità per entrare direttamente nel campo della noia. Il soggetto stava in realtà dicendo: “Sono venuto qua perché la consulta mi costava meno che dallo strizzacervelli. Non credo a una parola di quello che mi dirai o stai per dirmi, voglio solo essere ascoltato e, se possibile come spero, divertirmi un po’ a tue spese”. Arrigoni sapeva bene che per molti soggetti ridere alle spalle del prossimo costituiva già di per sé una forma di sollievo, seppur temporanea, e quell’accenno di sorrisetto sull’angolo della bocca del visitatore era un’ulteriore conferma di quanto già conosceva riguardo alla media della sua “clientela”. “Tengo a precisare una cosa prima di incominciare”, era stato allora il suo turno di ribattere, come da prassi in fondo: “Innanzitutto non accetto tutti i casi che mi vengono proposti, solo quelli diciamo … che ritengo più specificamente “affini” ai miei peculiari interessi . Spiegarle poi in che consista tale genere di interessi non ha la minima importanza, né nel caso in cui decidessi di occuparmi di lei, né tantomeno a livello di semplice scambio di informazioni fra me e lei. In altre parole, prima e più succintamente possibile mi espone il suo problema, più presto farò a dirle se la cosa mi possa interessare o meno. Della tariffa per una consulta introduttiva si sarà già informato leggendo l’annuncio, questo passo possiamo tranquillamente saltarlo. Per quanto invece riguarda il mio compenso, nel caso decidessi di occuparmi di lei, beh … questo varia a seconda della gravità del suo problema. In alcuni casi, e mi creda se le dico che ciò non è infrequente che accada, non chiedo nessun tipo di compenso …”. A questo punto Arrigoni si era permesso il lusso di una breve pausa, di solito di sicuro effetto su ciarlatani e perditempo. L’avidità, in fondo, era una delle passioni umane più universali, ed un’affermazione simile scioglieva dubbi e lingua a qualsiasi soggetto, che si trattasse di semplice paranoia o di casi ben più gravi. Ma non aveva riscontrato nessuna reazione da parte dell’uomo, nessuno scintillio interessato in quegli occhi grandi, né di assenso né di sorpresa, così si era sentito in dovere di continuare: “La prassi da me stabilita prevede inoltre, qualora fossi realmente interessato a ciò che mi dirà, il suo consenso a sottoporla ad una serie di test psicologici. La natura dei casi di cui mi occupo contempla una netta differenza fra disturbi di origine psicotica e disturbi diciamo … di natura “differente”. Ciò detto si era inclinato leggermente in avanti, mossa un po’ teatrale ma sempre valida: “E’ tutto chiaro finora?”. Anche in questo caso nessuna reazione, l’uomo si era limitato ad annuire, ma Arrigoni, come sempre, si era sentito a quel punto di concludere la presentazione a modo suo: “Adesso lei si sta chiedendo …” esordì con voce piana e senza inflessioni: “Se questo tizio ci tiene tanto a dimostrare di non essere un ciarlatano, perché si fa pagare la consulta iniziale?”A quelle parole una reazione c’era stata eccome. L’uomo aveva ritratto la testa stretta e affilata spalancando gli occhi ancora di più: “Come faceva a saperlo?”, reazione spontanea, aveva pensato Arrigoni, nessuna frase di circostanza, primo test positivo. L’uso deliberato della psicometria lo liberava di un buon venti percento di seccatori, nient’altro che un trucco da mentalista, ma di sicuro effetto su soggetti superficiali. Arrigoni si era ritrovato a pensare più di una volta al fatto che la maggior parte della gente sarebbe fuggita a gambe levate se solo si fosse mai preso il disturbo di spiegare loro come avesse ottenuto quello ed altri “doni” … ma a quel punto scelse, come sempre, di ignorare la domanda: ”Pensi a questo” continuò impassibile con un aperto sorriso: “se non avessi fisato alcuna tariffa per la consulta, lei mi avrebbe preso sul serio?”, l’altro si era limitato ad annuire …





Un uomo di nome Esposito

Il soggetto aveva un nome: Francesco Esposito. Il cognome costituiva un problema, in quanto diceva tutto e niente. Gli “Esposites” erano moltissimi nel sud –Italia (Francesco era infatti di origini calabresi), poveri bambini di estrazione eterogenea, partoriti da ragazze-madri ed abbandonati fin dal Medioevo, nelle “ruote” dei conventi perché ricevessero cibo, accoglienza e, quando fortunati, un’istruzione. Impossibile pertanto risalire ad un albero genealogico riconoscibile, allo scopo di capire se altri in famiglia avessero subito l’influenza di “disturbi” consimili a quello del soggetto, se cioè ci si trovasse in presenza di qualche caso di “atavismo”. I suoi genitori avevano viaggiato per mezza Italia per motivi di lavoro, finendo per stabilirsi in quella città. Francesco ricordava poco di quel periodo “errante”, solo i molti traslochi e qualche lacrima versata ad ogni nuovo abbandono di compagni e vari istituti. A suo dire, si era sempre sentito diverso. Aveva vissuto gran parte della adolescenza in quella città, ma non si era mai sentito “integrato”. Persino all’Università tendeva isolarsi in un mondo tuto suo, fatto di letture particolari e musica “eclettica”. Fin lì tutto normale. Arrigoni aveva rilevato solo una sindrome da spaesamento, tipica in soggetti abituati a spostarsi molto durante l’età formativa, ma per scrupolo di coscienza aveva voluto comunque sottoporlo ad un breve test di Rorschach, con alcune immagini basiche. Niente di preoccupante. Francesco rivelava un’immaginazione particolarmente sviluppata ma nella norma, e la sua riflessione sui “meridionali che faticavano ad integrarsi laggiù” era da intendersi solo in senso di discorso di circostanza. Era stata invece un’altra frase da lui pronunciata a far scattare il personale campanello di allarme di Arrigoni: “Questa città esercita una strana attrazione sulla gente. Vuole darti un ruolo a tutti i costi, anche se tu fai di tutto per non averlo …”. Quando, un anno prima, Arrigoni si era trasferito laggiù, come sempre a causa di quel genere di intuizioni che, per lui, non erano mai casuali, si era documentato ampiamente sulla storia di quella città. Il libro che Cernusco, suo mentore e maestro, gli aveva affidato prima di partire alla ricerca di un mistero più grande anni prima, parlava chiaro delle città a piante circolare o “Mandalica” come quella. 








Grand Grimoire

“Questa particolare tipologia di agglomerato urbano, tipicamente medioevale …” recitava il libro: “ … possiede sempre una rete fognaria ampia e ramificata, spesso costruita in tempi antichi ed ampliata ulteriormente durante il Medioevo. Sono quelle città di tipo più “antropomorfo”, quelle cioè dove l’architettura è studiata affinchè non vi sia soluzione di continuità fra il “corpus” architettonico ed il corpo umano fatto per abitarvi ed interagirvi. In tali casi la sede del Comune o il Palazzo Ducale rappresenterà la testa, la Cattedrale il cuore e le fogne, le viscere …”.
Arrigoni era stato costretto a riconoscereche Nietzsche aveva avuto ragione nell’affermare che la Civiltà si basa sempre su di un fatto di digestione. Se la rete fognaria era particolarmente estesa, ciò voleva dire che la città si compiaceva in robuste attività gastronomiche e mangiare pesante produce sempre sonni inquieti ed incubi. Poi, finalmente, era venuto fuori il diario. Francesco aveva confessato, non senza imporporarsi, di aver conosciuto una ragazza e che da quando l’aveva conosciuta si era sentito invadere da “un senso di oppressione e di anticipazione”. “Questo genere di incontri spesso produce un simile effetto” aveva commentato Arrigoni nell’intento di sondare ulteriormente quell’ultima affermazione. Ma l’uomo aveva scosso gravemente la testa: “Mi sento più come se una bestia mi avesse braccato finora e, finalmente, mi avesse trovato”. Era un’affermazione troppo definitiva per ignorarla. “Ho scritto tutto in questo diario”, aveva poi detto fissandosi i piedi, calzati in due Clark evidentemente consunte. Arrigoni aveva subito pensato che fosse il Diario lo scopo della visita, sapeva bene che al mondo (o “nei Mondi” avrebbe detto Cernusco) esistono cose che si possono solo scrivere, parlarne è inutile. Da lì il senso di impotenza che Francesco aveva dovuto subire, durante colloqui precedenti. Per un qualsiasi psichiatra, un diario è un diario e basta, un coacervo di note marginali al “Grand Grimoire” della psicosi, ma per uno come lui era uno spiraglio aperto su di un mondo a parte, con le sue regole e le sue leggi e lui probabilmente doveva saperlo meglio di tutti. “Senta” aveva poi esordito l’altro fissandolo con quegli occhi innaturalmente grandi: “Non farei leggere questo diario a nessuno. Io stesso evito accuratamente di soffermarmi su certe pagine ancora adesso, a distanza di tutti questi anni. Parecchie le ho anche strappate, ma non lo faccio più perché tanto so che tornerei a scriverle identiche dopo qualche giorno, magari svegliandomi la mattina, dopo un sonno particolarmente agitato … Se vuole davvero aiutarmi gli dia un’occhiata. La pagherò per il tempo perso stia sicuro …” Arrigoni aveva liquidato con un gesto eloquente l’ultima affermazione: “Non prevedo alcun compenso per la semplice lettura di un diario. Forse uno psicologo le sarebbe più utile, loro non hanno l’abitudine di leggere privatamente questo genere di “confessioni”. Potrebbe addirittura leggerlo insieme a lei ed aiutarla a commentare certe parti che lei ha definito “oscure” se non erro …” Esposito a quel punto lo aveva guardato con un’aria che era di vera e propria supplica: “Ci sono già stato da uno psicologo, anzi … se vuole saperlo da più di uno, e sono stanco di farmi tirare fuori sempre le stesse, solite fandonie su manie di persecuzione e tentativi di lavorare sul mio “complesso di colpa”. Io “so” che qualcosa non quadra e, per quanto lo ripeta, non ho trovato ancora nessuno disposto a credermi veramente”. Arrigoni se l’era aspettato, ma aveva comunque voluto una conferma, per quanto vaga. Aveva imparato col tempo ad andarci cauto, anche quando il suo istinto suonava le campane a distesa: “Facciamo così”, aveva ribattuto. “Non prenderò alcun compenso per leggere il suo diario, ma ne fisseremo uno nel caso dovessi occuparmi di ben altro … cosa che comunque non credo di dover fare. Forse quanto le sto dicendo non rientra esattamente in quello che lei si immaginava, ma mi creda se le dico che spesso, sotto i fatti apparentemente più assurdi si cela sempre una spiegazione ben più semplice di quanto possa sembrare in principio. Dico questo più per rassicurarla che non per deluderla”. Aveva poi allungato la mano perché Esposito la stringesse “Siamo d’accordo?”, l’altro aveva risposto al gesto con un accenno di sorriso sulla faccia pallida: “Lei lo legga, mi raccomando, è tutto ciò che le chiedo … se ne accorgerà presto che le cose non quadrano …” Arrigoni lo aveva fissato per un lungo istante: “Vedremo …”.




Potenze diaboliche, forse …

Troppo coinvolgimento. Aveva capito da subito che la faccenda non aveva le dimensioni giuste. Non era un caso grave, doveva attenersi ai fatti e i fatti non avevano rivelato nulla di anomalo. Arrigoni imboccò inquieto un vicoletto parallelo alla stazione. Passeggiare in prossimità dei treni lo faceva sentire sereno, lo aiutava a pensare. A volte gli bastare udire il fischio del capostazione e lo stridio dei cerchi sulle rotaie per sentirsi sereno e in pace con il mondo. In fondo aveva trascorso sui treni gran parte della vita, cosa avrebbe potuto farlo sentire più a suo agio di un treno? La testa si lanciò nelle sue associazioni spontanee, aveva bisogno di riflettere. Manie di persecuzione, giusto, quasi sicuramente rinfocolate da figure familiari. Era ragionevole pensare ai genitori, forse il padre? Le famiglie del sud tendevano a essere ancora “tradizionaliste” in questo senso. Arrigoni sapeva bene che non si trattava di un mero fatto economico ma di un fenomeno che coinvolge anche la sfera degli affetti; il Padre è il “riferimento” della Famiglia, dunque il centro del ciclone. Conflitto possibile con il padre ,quindi, probabilmente scatenato e riacutizzato quando Esposito aveva conosciuto la ragazza. A pensarci bene, lo aveva più volte ribadito “Non integrarsi”, il terrore dello straniero, o la sua “arma” favorita, il terrore di non essere accettato  … o il vantaggio di non avere radici? Se davvero si trattava di questo veniva da chiedersi che cosa sarebbe successo nel caso in cui Esposito avesse incidentalmente scelto di risolvere violentemente questo conflitto interiore, magari facendo del male alla ragazza … no, decisamente no. Arrigoni non aveva notato nessun atteggiamento violento nell’uomo, più di muta rassegnazione, la rassegnazione di una persona abbattuta ed esausta … la rassegnazione di una “vittima” … Ancora fuori strada. Cernusco glielo ripeteva sempre: “Fai in modo di non vedere ogni cosa che richiami la tua attenzione come una conferma o come una smentita di quello che “tu” pensi, attieniti ai fatti e solo a quelli”. Fatti si. Era per i fatti che si era trasferito in quella Città. Era per qualcosa di più di un accenno, proveniente da persone che lui stesso esitava a definire appartenenti al “genere” umano, una traccia lasciata da Potenze terribili e diabolicamente astute, qualcosa che portava a “quella” Città. Era per questo che aveva posto quell’annuncio sul giornale locale, il cui direttore era stato un tempo in affari con suo padre, una maniera originale per informarsi su di un sospetto, senza richiamare troppo la “Loro” attenzione. Forse Esposito era quello che cercava, forse no, glielo avrebbero detto “i fatti”. Fu così che Arrigoni fece un brusco dietrofront, quasi investendo con la sua figura sparuta una anziana signora e riprese la strada verso il suo studio. Per andare a leggere un “Diario”.


Loro

Adesso, si trovava alla scrivania di mogano, nello studio, le narici lievemente irritate a causa dell’incenso all’oppio il cui bastoncino, per metà completamente consumato, rilasciava nell’aria volute di fumo azzurrino, grasse e oleose alla base, rarefatte ed acri verso la cima, a rileggere parti del diario. Arrigoni sapeva che bruciare oppiacei era una maniera come un’altra, fra quelle più semplici, per riconoscere se qualcosa nascondesse più di quanto rivelasse. Almeno nella sua testa. Si ritrovò a pensare, con una punta di nostalgia, che Cernusco non avrebbe mai approvato quel metodo. Ma in quel caso non c’era stato alcun bisogno di altri stimolanti per far scattare il proprio personale campanello d’allarme con echi gelidi, su e giù per la sua spina dorsale. Ritornò ancora una volta su di un passaggio particolare. “Sempre su quella maledetta strada! Quest’estate aspettavo vagabondo il famoso “compelling signal” e non passa neppure mezz’ora che conosco Laura. Avrei dovuto capire ma niente, la solitudine mi ha fregato ancora una volta. Questa è una razza maledetta, farebbero di tutto per metterti i loro tentacoli addosso, hanno tutto il tempo del mondo e possono aspettare loro …”. Non era affatto l’unico passaggio ad esprimersi in quel tenore. Arrigoni aveva scorso varie pagine addietro, pagine che parlavano della vita universitaria di Esposito; appuntamenti con ragazze, lavoretti occasionali. Solo cinque anni prima, per quello che appariva dalle pagine del diario, Esposito non era ancora arrivato a comprendere il fatto che molti accadimenti della sua vita fossero collegati a quel luogo in particolare, ovvero la Via principale del quartiere universitario. Il primo collegamento “cosciente” risaliva ad una pagina di almeno tre anni addietro e così riportava. “Tutto qui. Sempre su questa strada. Anche se ho cambiato residenza, anche se adesso vivo e lavoro in un’altra zona è come se mi trovassi qui”. Esposito aveva anche lui viaggiato molto. Il Diario riportava di borse di studio vinte in Austria, Olanda, Inghilterra. Talune di queste risultavano collegate al suo indirizzo di studio, scienze statistiche, altre invece erano a carattere più eterogeneo, troppo eterogeneo. Arrigoni ne aveva annotate alcune su di un taccuino a parte; 2002-Borsa di studio in museistica, progetto “Kernel”dell’Università di Padova. 2003-Borsa di studio in conservazione delle risorse naturali, progetto gemellato Italia-Germania. In quel caso specifico, Esposito aveva trascorso la bellezza di cinque mesi all’interno di una baita, situata alle estreme propaggini della Foresta Nera. 2004-Progetto di investigazione in Portogallo, titolo del programma: Fortuna letteraria e folklorica dei libri di Pigafetta in Spagna e Portogallo. E la lista continuava per almeno una pagina. Invece un passo del diario, riportante la data “16 settembre 2003”, annotata durante il periodo di soggiorno trascorso da Esposito in Germania, recitava: “Fa un freddo polare. Non ricordo di aver mai provato un freddo così intenso, così duro. Basterà? Basterà ad illudermi di non trovarmi più laggiù?”. Ed infine l’ultimo passaggio, risalente a due mesi prima della sua visita allo studio di Arrigoni, quello dove la schizofrenia apparente di Esposito si tingeva quasi di lirismo: “Anni addietro pronunciai il mio “si” alla vita e lo feci laggiù. Qualcosa mi ascoltò e disse, talmente piano che a malapena io potei udirlo, “Ti faccio vedere io”. Da allora è stato un perenne gioco del gatto col topo. Ho bisogno di soldi, non trovo lavoro da nessuna parte fuorchè lì, cerco un amico, non lo trovo da nessuna parte fuorchè lì. Il maggior vantaggio del Diavolo sta nel farti credere che non esiste. Ho viaggiato attraverso mezza Europa ma non sono riuscito a staccarmi da “Loro”, mai per più di due anni. Mi cercano, mi trovano, mi richiamano e se continuerà così io sento che …” resto della pagina in bianco. Arrigoni ripassò gli appunti ancora una volta, chiudendo gli occhi dopo aver letto ogni passaggio e cercando di visualizzare una “forma-pensiero”, sempre avendo cura di toccare con la mano sinistra una pagina del Diario di Esposito, lasciando che le sue intuizioni venissero guidate da un’immagine particolarmente nitida. Ma ritornava sempre la medesima; un cerchio di luce chiara con diverse fiammelle al centro, emananti una luce intermittente … un cerchio o una spirale? Doveva saperlo, fiammelle luminose, fra le quali alcune si spegnevano, con brevi esplosioni indaco e giallo vivido, mentre altre si accendevano al loro posto, con sfumature iniziali di colori basici differenti. Ancora quel maledetto Mandala. Alla fine Arrigoni decise che il giorno dopo sarebbe uscito. 







Alla ricerca

La zona del quartiere universitario non era inrealtà né tanto antica né tanto “tipica” quanto l’ufficio turistico volesse far credere. Tozzi palazzi del 1800 parevano stringersi sulle strette viuzze lastricate a mattoni, risalenti almeno al 1300, rozzi giganti di pietra immobili, colti un momento prima di scagliarsi l’uno contro l’altro a emulazione di una grottesca rissa da strada, “quella” strada famosa, forse la parte veramente antica, e l’unica. Arrigoni aveva scelto per la sua indagine un “look” giovanile, nel continuo, assillante timore di apparire ridicolo; Loden scuro, jeans di taglia “giusta” (non se ne poteva proprio permettere un paio attillati, visti i chili in eccesso accumulati durante l’ultimo anno), scarpe da ginnastica in tela nera. Il suo obbiettivo era quello di farsi passare per un ex-studente in Giurisprudenza o Ingegneria, in gita di piacere nei suoi ex-luoghi di ritrovo di un tempo. La piazzetta del 1500 che precedeva di poco l’imbocco della strada era gremita di studenti e pensionati in attesa del bus cittadino, ma Arrigoni scivolò tra la gente con sicurezza. Non avvertì alcuna sensazione peculiare nell’imboccare la strada, ma quello non voleva dire ancora nulla. Qualunque cosa fosse in agguato laggiù non lo aveva ancora avvertito e se davvero quel qualcosa era in agguato, ancora non se ne era accorto. Gettò un’occhiata a destra e a sinistra, alle insegne dei negozi e dei bar, per poi alla fine decidersi ad entrare in un’allegra “Bottega del caffè”. All’ingresso fu investito da un piacevole aroma di grani tostati, mentre assiepato ai tavolini, un gruppo di chiassose studentesse avvolte in abiti variopinti sorseggiava cappuccini chiocciando con rassicurante complicità. Arrigoni si avvicinò al bancone, per fortuna sgombro, ed ordinò a una simpatica ragazza bionda e in divisa nera, un marocchino alla panna e senza zucchero, forte dell’abitudine o del vizio. Una volta che il sapore vellutato della bevanda ebbe raggiunto una patina uniforme sul palato, si decise a parlare. No, la ragazza era lì da solo un anno e non si ricordava di nessun Francesco Esposito. Fu interrogato persino il titolare del negozio, un attempato e rubizzo signore sulla quarantina, con un forte accento calabrese ma la risposta fu unanime e dello stesso tenore, né visto né sentito nominare. Arrigoni non si scompose, terminò il suo marocchino e uscì di nuovo in strada. Dalle pagine del diario risultava che Esposito aveva lavorato pressoché in tutti i locali del quartiere universitario, non venivano riportati nomi, ma non era importante. Dopo tanti anni parecchi avevano sicuramente cambiato gestione. Arrigoni fece domande discrete in altri due bar, per un totale alcolico di due spritz e quattro prosecchi. Il suo “travestimento” aveva funzionato talmente bene da costringerlo a celebrare una “rimpatriata” con quattro ex-studenti in ingegneria mai visti prima, ma di Francesco Esposito nessuno si ricordava, nonostante le Facoltà di Ingegneria e Scienze statistiche risultassero “accorpate” nello stesso edificio praticamente da più di un decennio. Un po’ alticcio, si apprestò a terminare il giro in una osteria-tavola calda di cui, nebulosamente, ricordava menzione nel diario. Appena entrato, lo accolse stavolta un gradevole odore di cipolle stufate. Ai tavoli sedevano operai provenienti dalle vicine officine Whirpool (rigorosamente ubicate fuori dalle mura medievali in osservanza alle leggi dell’urbanistica cittadina), nonché qualche sparuto gruppo di studenti, tutti maschi. Alle pareti facevano bella mostra di sé alcune riproduzioni in acrilico di stemmi nobiliari cittadini: “Un esercente autoctono” si ritrovò a pensare Arrigoni fra sé, forse lui avrebbe ricordato, pensò ancora. Capì di essere vicino, finalmente, a qualcosa di decisivo nel momento stesso in cui una signora di mezza età , corpulenta e con la vita cinta da un grembiule a scacchi bianchi e neri si avvicinò per prendere la sua ordinazione, non preoccupandosi affatto di aver previamente portato un menu. Quello non era un posto per turisti, ad Arrigoni andava più che bene. La sensazione fu quasi impercettibile, ma al contempo vivida, fu una lieve vibrazione nell’aria, l’impressione che una persona invisibile ma presente avesse interrotto le sue abituali faccende per piantargli gli occhi sulla nuca. Un lieve odore di terriccio bagnato gli impregnò le narici. Arrigoni si informò gentilmente su cosa offrisse la cucina del giorno, ed optò per una zuppa di cipolle ed un piatto di stufato, il tutto annaffiato da un bel quartino di rosso della casa. Mentre la donna si recava in cucina, toccò leggermente il “Bezoar” che aveva assicurato alla tasca interna dei pantaloni e che rivelava la sua presenza con un leggero rigonfiamento… stava vibrando! Mentre la donna sparecchiava i resti della zuppa (Eccellente, si trovò a pensare Arrigoni), si informò discretamente se un certo Esposito avesse lavorato lì qualche tempo addietro: l’occhiata sospettosa della donna gli causò un altro brivido involontario. “Non mi pare di ricordare” rispose quella con una voce bassa e roca, leggermente maschile. “Proverò a domandare al proprietario, se c’è qualcuno che lo sa, quello è di certo lui”. Costui non si materializzò che a metà dello stufato. Arrigoni aveva consumato il secondo piatto con una voracità che gli era inconsueta, mandando giù generose sorsate di vino rosso, spesso e stranamente aromatizzato. In principio scambiò l’omone che si stava avvicinando al suo tavolo per uno degli operai che affollavano i tavolacci della sala centrale, ma strizzando gli occhi, leggermente opachi a causa del vino forte, dovette ricredersi. La mole dell’individuo era notevole, superando quella degli avventori più alti del locale. Il cranio rasato e piccolo si allargava in un volto rubizzo, dalle guance non rasate che diventavano una foresta di peli ispidi e brizzolati sopra le labbra ed il mento, il tutto sorvegliato da due occhietti piccoli e puntuti di colore azzurro-cielo. La pancia del proprietario era enorme (come se fosse quella di un oste uscito dalle pagine di Chaucer, pensò ancora Arrigoni leggermente alticcio) e fasciata da una leggera maglietta nera che rivelava fin troppo bene i rotoli adiposi sottostanti, mentre le gambe erano corte e tozze, fasciate da un paio di logori jeans neri. Lo straordinario personaggio si sedette senza complimenti sulla sedia lasciata libera e lo apostrofò con una voce stridula e leggermente chioccia, in aperto contrasto con la mole complessiva: “Allora. Lei da quanto si trova qui?” Arrigoni accedette di buon grado ad intavolare la discussione su di un piano informale, molti erano i segni che riportavano a quel posto in particolare, tanto valeva fare buon viso a cattivo gioco. “Solo da qualche settimana, sto cercando di ambientarmi e di capire qualcosa delle usanze locali. Questa, mi è parso di capire, è una città molto antica …”. Il formidabile oste si permise un ghigno sghembo e barbuto: “Più di quanto possa immaginare … le è piaciuto il vino?” “Uh … sì”, ovviamente Arrigoni non si aspettava la domanda, era ovvio che il suo interlocutore godeva nel cambiare argomento sviandolo dove voleva lui … oppure no? “Questa è la città del vino lo sapeva? Marta! Porta qui un altro mezzo litro … offre la casa naturalmente. Sono stati gli Etruschi a insegnarci come farlo, ma questo dovrebbe saperlo. Lei ha l’aria di uno studioso, si vede che sa il fatto suo …” La donna arrancò al loro tavolo con insolita sollecitudine, reggendo una caraffa in terracotta sciangottante per il liquido purpureo e spumeggiante. “Ho conosciuto uno dei suoi vecchi “collaboratori” qualche giorno fa. E mi ha parlato molto bene di lei e di questo posto”, mentì Arrigoni, mentre avvicinava il suo bicchiere di coccio alla caraffa, la mano che la reggeva era piccola e grassoccia, un'altra palese asimmetria rispetto alla mole del suo interlocutore “… Così, visto che conosco così pochi posti tipici ho pensato di sincerarmene di persona. Devo dire che Francesco aveva ragione da vendere!” l’oste si permise un sorriso veloce per il complimento, ma gli occhietti erano rimasti immobili ed attenti. “Francesco eh? Sapesse quanta gente è passata di qui. Gli studenti adorano lavorare qui lo sa? Mangiano e bevono quanto vogliono le mie boccucce da sfamare Ah! Ah!” la sua risata, in contrasto con la voce era grassa e pastosa, proprio come avrebbe dovuto essere, pensò Arrigoni. “Mi ricordo di Francesco Esposito, un ragazzo pensoso, un po’ scostante. Troppo scostante per questo posto, a noi piace gente allegra  e spensierata”, nonché disposta a rinunciare allo stipendio per qualche litro di vino, concluse mentalmente per lui Arrigoni. “Già siamo vecchi di nostro e pure musoni, chi ce lo fa fare di mettercene altri fra i piedi non crede?”, Arrigoni si permise a sua volta un sorriso. Bagnò le labbra nel liquido, pastoso e con un retrogusto di selvatico, di animale feroce, odore che dall’arrivo dell’oste si era fatto persistente. Parlarono del più e del meno, e Arrigoni notò che l’altro, come era da aspettarsi, beveva senza accusare gli effetti dell’alcool, per abitudine quasi certamente, mentre lui doveva costantemente combattere con un senso di torpore aggressivo, che scompariva sempre un momento prima di prendere il sopravvento. Avvertì nei calzoni un senso di umidore scaturire dal Bezoar e sentì un campanello d’allarme. “E’ stato Francesco a parlarmi dell’Antichità di questo posto… con accenti marcati direi…”, a quell’affermazione lo sguardo dell’altro si fece ancora più piccolo e attento “Si eh? E le piacerebbe sapere anche perché immagino”, -“Sa com’è… sono qui da poco in fondo …”ribattè Arrigoni, l’altro lo squadrò di rimando “Ah Ah Ah! Forse da meno di quanto voglia far credere … e va bene! Mi segua, meglio di una sgambata non c’è nulla per smaltire il pranzo. Marta! Accendi la luce sulle scale! Lei venga pure con me”. Arrigoni seguì obbediente la schiena adiposa e scura dell’oste, prima nella cucina, straripante di odori forti di spezie ed aromi; cannella, cumino, pepe nero e prezzemolo, con sempre quell’odore feroce di selvatico, che forniva agli altri odori una nota stonata e sinistra, come una belva che guatasse dal folto di un boschetto di felci. L’enorme oste, afferrate colà delle chiavi rugginose, aprì una porticina di legno nel tramezzo fra la cucina e la sala da pranzo, scostando col piede piccolo e tozzo una serie di padelloni di ghisa, che sferragliarono sonando sul pavimento di grezza pietra, avvisando Arrigoni che le sue latebre erano in procinto di cedere agli assalti di un mal di testa feroce. La zaffata di tufo umido delle scale gli aggredì subito le narici, poi i due scesero all’interno di un budello che pareva arrivare alle viscere stesse della terra. Rampa a rampa di quelle scale viscide e gocciolanti Arrigoni udì un lamento indescrivibile, un mugugno come di chi abbia un sonno agitato e sconnesso e ringraziò la sua buona stella che gli anelli di quella scala a chiocciola fossero abbastanza ampi da non farlo ruzzolare giù in un quell’abisso tufaceo, le cui pareti gli macchiavano le mani di giallo ocra e umido quando vi si appoggiava per reggersi. Alcune lampade elettriche immerse nel tufo, illuminavano parzialmente la catabasi, emanando un luce spettrale rosso-aranciata, le parole dell’oste risuonavano ovattate e stridule alle orecchie torturate di Arrigoni: “Ogni casa di questa città, ogni sotterraneo, ogni cantina è stata scavata nel tufo in epoca più antica di quella medievale. E’ qui che conserviamo il vino, quello buono, quello vero! Voleva un segreto? Non c’è altro segreto che questo”. Quando arrivarono al fondo del budello, Arrigoni se ne accorse solo perché sentì che i suoi piedi erano fermi e non si muovevano. Si trovavano all’interno di un atrio circolare, illuminato da una serie di candele accese, lumini da Chiesa, grossi ceri neri e rossi che scoccavano fiammelle fioche da masse informi di cera, squagliata sui ripiani naturali del tufo delle pareti. Nel mezzo della sala campeggiava un enorme catino di terracotta, sistemato su quella che doveva essere la tarda riproduzione (forse ottocentesca, pensò Arrigoni) di un sarcofago etrusco a forma rettangolare, con i bordi istoriati a chiassosi fanciulli suonatori di flauto, con gli occhi obliqui come quelli minoici. L’Oste stava indicando l’enorme catino, dal quale, più forte che mai emanava un odore di feccia e di selvatico: “Guardi qui! Una volta ci facemmo merenda quaggiù io e Francesco. Gli volevo bene anche se era un mortorio d’uomo! E pensai che avesse capito …” approfittando dello sguardo rivolto altrove dell’oste, Arrigoni portò alla tasca del Bezoar una mano tremante … era fradicio! Come se per tutto quel tempo non avesse fatto altro che assorbire il liquido spesso e cremisi che lui aveva bevuto. Non fosse stato per quello, Arrigoni si sarebbe trovato in una situazione molto spiacevole: “Capito cosa?” domandò a sua volta con un tono di voce che non gli piacque affatto, ma dal quale si obbligò a non far trapelare neppure un accenno di paura. L’altro lo gratificò con un ghigno che sarebbe stato degno di un cane selvatico, “Oh ma lei già lo sa, è uno studioso oppure no? Tutte le città sono state fondate con un sacrificio e tutte le città hanno bisogno di sacrifici per sostentarsi. Non parlo mica di quel genere di sacrifici con cui i politici si fanno bella la bocca sa? Qui se qualcuno non fa le cose serie il vino buono non viene. Lei con che si riempie la pancia? Con le belle parole forse? Non credo proprio…”. Il lamento si era fatto più cupo e profondo a quelle parole, fino a raggiungere le ottave di un gemito stridulo. Arrigoni volse i suoi passi con un scatto che gli costò un pulsare sanguigno alle gambe  e alle tempie. Mentre affrontava l’anabasi sulle scale di tufo umido udì la voce squillante e quasi in farsetto dell’altro inseguirlo: “Glielo dica a Francesco che un patto è un patto e che scappare non serve a nulla. Non puoi andare a puttane senza prenderti lo scolo glielo ricordi! Il pane va guadagnato e guadagnato sempre!”. Arrigoni scostò con un calcio la porticina di ingresso ed afferrò uno strofinaccio appeso ad un gancio del tramezzo, sotto lo sguardo stolido e indecifrabile della cuoca. Lo avvolse intorno ai fianchi per nascondere la chiazza rossa che si era allargata ai calzoni, poi, con un passo che obbligò a restare deciso il più possibile, guadagnò l’uscita della bettola. In strada alcuni studenti pensarono si trattasse di una uscita originale per via dello straccio da cucina legato alla vita e gli sorrisero. Arrigoni, con il viso sudato e cereo non ci fece caso.




Vodja, la guida

Aprì gli occhi doloranti. L’incenso bruciato ai quattro angoli dello studio aveva attenuato parzialmente il mal di testa feroce. Sedeva all’interno dell’ultimo di sette cerchi concentrici tracciati con il gesso sul pavimento della stanza, il tappeto di Bukara, intarsiato con scene di caccia mongola alla selvaggina del Monte Elborz era stato accuratamente ripiegato e messo da parte. Era arrivato il momento di chiamare suo figlio, il suo protetto, Vodja. Lo aveva lasciato in un posto sicuro, perché gli Antichi non lo trovassero, all’interno dei giardini circolari di Villa Giosa, fra le mani sapienti di Arturo Polianni, l’ultimo dell’ordine dei Giardinieri e l’unico amico di Cernusco che gli fosse rimasto, ma adesso era tempo di richiamarlo attraverso l’eterea città delle luci, lui, il bambino che gli Antichi avevano mutato perché partecipasse ad un tempo della natura umana e di quella astrale dalla quale Essi provengono, perché potesse viaggiare a piacimento fra le terre di Hurqaliya e le città degli “uomini di polvere”. Ma Arrigoni doveva permettere al suo terzo corpo di abbandonare per un momento la carne e questo, senza Vodja, non era possibile. Fissò lo sguardo sul soffitto. Il lampadario con le sue luci rosse pendeva al centro di una spirale che formava sette circoli perfetti, concepita sul disegno della cupola della cattedrale di Gerona, in Catalogna. Piccoli cerchi più piccoli costellavano i bracci della spirale ognuno dei quali portava inciso a fianco il nome di una stella in persiano; Al Ghùl, la stella-cane, Al Faèl, Al Gibèr … Arrigoni fissò lo sguardo su ognuno dei circoletti, per poi riportarlo al centro del lampadario; “Io ti chiamo Vodja, dal centro della stella polare, il chiodo del mondo. Con l’aiuto dei cavalieri luminosi, che fanno da corte al principe dei Cieli io ti chiamo. Per il buco nel firmamento, dal quale spunta l’occhio di Bai-Ulgan io ti chiamo perché tu mi conforti e mi faccia da guida nella Città di smeraldo.” Un suono di campane di bronzo invase l’aria, la loro eco raggiunse le tonalità di una voce giovane e vibrante “Ti sento … e mi sei mancato”. Arrigoni sorrise: “Anche tu Vodja. Devi aiutarmi e ci resta poco tempo. Pronuncia le parole e tirami dentro, ci sono delle forze all’opera su di me, forze non precisamente benigne”. Seguì un attimo di silenzio, durante il quale si udì solamente il rimbombo delle campane di bronzo, poi una voce ricca e vibrante, con le vocali suonanti come un corno da caccia rispose: “Gli Antichi?”, “la malvagità è la stessa” rispose Arrigoni, “Ma non potrò mai saperlo se non mi aiuti”. “Potrò restare … dopo?” domandò ancora la voce. Arrigoni fece un altro sorrisetto; “Non ancora ragazzo mio. Anche se sai che lo vorrei. Non voglio rischiare la tua presenza qui se prima non avrò compreso la natura di quali forze sia all’opera in questo posto.” Silenzio, poi la voce rispose con un tono più divertito, “allora vieni padre. Andiamo ancora insieme nella Città di smeraldo, con me al tuo fianco, come sempre”. Arrigoni vide le luci del lampadario farsi sfocate, scomporsi per poi ricomporsi in due fessure luminose ed ambrate, come gli occhi di una lince selvatica. Dopo un attimo, dal soffitto, un volto che assommava in sé le fattezze di un felino selvatico ed i tratti delicati di un fanciullo di dieci anni si offrì al suo sguardo affettuoso. Arrigoni strinse nella mano destra il bezoar ancora umido, la pietra formata dai capelli intrecciati e induriti di una donna morta in circostanze violente. “Vieni Padre. Vieni e raggiungimi” disse Vodja con un sorriso gattesco, allungando un mano esile e snella che al posto delle unghie esibiva i cuscinetti retrattili di una lince, dai quali scattavano e si ritraevano gli unghioli. Arrigoni allungò la mano sinistra, quella libera e fu dentro. 




Verso la città

Con Vodja che caracollava felice al suo fianco, il corpo efebico e scattante ricoperto da una folta peluria dorata, a volte sulle due gambe e a volte sulle quattro, Arrigoni attraversò la pianura dorata della città di Adocentyn. Era la prima città del Mital che si incontra alla porta esterna. I campi rilucevano dell’oro delle messi e c’erano cavalieri montati su destrieri splendenti e contadini in vesti bianche, dal volto sereno e barbuto di saggi, a falciare le messi. I due passarono davanti alle mura circolari di Adocentyn, la fortezza del Signore tre volte-grandissimo, poggiando gli sguardi grati sui giardini prensili ed i visi austeri e sorridenti degli abitanti. Arrigoni notò una traccia di allarme in quegli sguardi, una sfumatura di avvertimento della quale avrebbe dovuto tenere conto. Superato un colle, i due videro le mura della Città che stavano cercando, lo specchio astrale di quell’altra. Nubi di uno smeraldo luminoso ne rivelavano la vicinanza ad Hurqaliya, “Il trionfo dell’Occidente”, ma una cupa sfumatura di marrone verdastro indicava al tempo stesso che forze oscure e maligne allignavano fra le sue mura rosse e profonde come il vino nel fondo di un bicchiere di cristallo. “Non vi sono guardiani alle porte Padre” disse Vodja grattandosi con il piede destro un orecchio puntuto e sottilmente innervato. “Segno che il vero pericolo è dentro, come avevo immaginato. Questo posto è stato mutato perché sia una trappola per topi”, per tutta risposta, Vodjia si leccò le vibrisse con una lingua lunga, rosea e puntuta. 




Demoni

Fra le strade della città, campeggiava un riverbero color porpora, torbido come il vino vecchio in una coppa. I due viaggiatori ne percorsero i vicoli stretti, seguiti da occhietti maligni e fosforescenti. “Vedono solo te Padre. Non è buon segno” avvisò Vodja, colpa del vino pensò Arrigoni, ma uno sguardo preoccupato del bambino gli ricordò, dolorosamente, che il pensiero equivale alla parola all’interno dell’Alam. Alfine giunsero al vicolo che Arrigoni cercava, specchio di quell’altro. La bettola era sparita, adesso campeggiava solo la cisterna, enorme contro il cielo screziato e sfocata in corrispondenza del sarcofago etrusco, come se questo lottasse continuamente con un’altra immagine, più vivida e più luminosa di quell’altra, che tentasse invano di sovrapporvisi. Arrigoni vide affreschi di un’antichità incredibile scomporsi e ricomporsi sotto il suo sguardo, affreschi che rappresentavano divinità barbute e sorridenti, delfini giocosi e guizzanti e Dèe nude vestite di cremisi. Sulla cisterna si allungavano viticci di vigna, alcuni verdi, sfoggiavano già foglie larghe e odorose di resina, altre, la maggior parte, erano attorte e nerastre come vermi scuri e viscidi. Su tutto era persistente il mugugno che Arrigoni ben ricordava ed un odore di marcio e muffa, contro il quale tentava di lottare, quella fresco della resina di foglie giovani. “Tu hai bevuto di quel  vino Padre?” domandò Vodja con voce preoccupata. “E’ per questo che devo purificarlo” rispose Arrigoni con una smorfia. Fece forza sul Bezoar e ne strappò un pezzo, approfittando della sua umidità. Stava per lanciarlo nella tinozza quando uno stridìo prolungato, simile a quello di un uccello rapace ma più agghiacciante gli squassò i timpani. Gli occhietti fosforescenti che li avevano seguiti erano tutti intorno a loro e fra le tenebre si profilavano sagome da incubo, artigli scagliosi, code da rettile e musi che parevano di cani feroci o di faine. Proprio sulla tinozza stava allargando le ali una figura imponente. Sfoggiava una tunica nera come la notte e due ali di avvoltoio altrettanto ampie e dello stesso colore, mentre dalla negrura spuntava il rostro di un uccello notturno, gli occhi verticali come quelli di un falcone e la testa formata da un groviglio di serpenti sibilanti. Arrigoni ne conosceva il nome sin troppo bene, ma impedì a sé stesso di pensarci, i nomi significavano potere, soprattutto nell’Alam. “Vodja!” urlò “tienili a bada se si avvicinano, io penso alla tinozza”, il ragazzo-lince gli rivolse uno sguardo preoccupato con i suoi occhi ambrati, poi scattò con una zampata che troncò in due un lungo serpente peloso, dalla faccia di scimmia che era strisciato, non visto, nella loro direzione. Rumori di lotta, sibili e tonfi avvisarono Arrigoni che la lotta infuriava oramai alle sue spalle, così non perse tempo. Tirò indietro la mano e lanciò il frammento di Bezoar verso quel rostro da incubo che emanava un opprimente lezzo di tufo bagnato e zolfo, proprio mentre la cosa da incubo si preparava a planare nella sua direzione. L’essere portò al rostro le adunche grinfie da rapace per ripararsi ma non ci fu nulla da fare. Il Bezoar, a contatto con la creatura, prese semplicemente fuoco, trapassò un artiglio del mostro come una piccola meteora incandescente, striò le penne del rostro, diffondendo nell’aria un acre puzzo di pollo bruciato e continuò la sua ellittica proprio dentro la cisterna. Si udì subito un boato di tuono, seguito dalle strida irate del dèmone, poi Arrigoni si voltò, tirò indietro il corpo fremente di Vodja, intento a sbranare una specie di piccolo orso ricoperto di squame e cominciò a correre. Non prestò attenzione al battito di ali immense alle sue spalle, né al lezzo di pollo bruciato che gli invadeva le narici, né ai bassi ringhi emessi dal fanciullo-lince, si limitò solo a pensare alla formula che avrebbe riportato Vodja al suo rifugio, e lui al suo.



Una città creata dai sogni

“Mancanza di sonno”, notò. Non era infrequente che accadesse, dopo un viaggio anche breve nell’”Alam”, ma Arrigoni sapeva che la natura della sostanza archetipale era mutevole ed instabile per sua stessa definizione, pertanto si era riproposto di registrare fedelmente qualsiasi sensazione, per quanto banale o scontata, qualsiasi “stato” fisico o mentale lo seguisse dopo un viaggio di quel genere. Redasse meticolosamente l’ora del “contatto” con Vodja; “dodici minuti allo scoccare della mezzanotte, a seguire, ciò che aveva visto e sentito. Guardò il quadrante dell’orologio in vetro e legno d’acero, posto sulla mensola piena di libri che aveva fatto sistemare sopra la scrivania, le una meno un quarto, 55 minuti in totale, anche se l’attesa di Vodja, alle porte della Città pareva essere durata ore. Tutto regolare, congelamento del Tempo, niente di preoccupante. Tuttavia c’era qualcosa che non quadrava. Qualsiasi città si trovasse nell’”Alam” non era se non la rappresentazione “interna” della sua forma “esterna”. In altre parole, era la Città frutto e risultato della somma di immagini, sogni, progetti, dei suoi abitanti o di coloro che “coscientemente” l’avevano progettata per qualche finalità simbolica specifica. Era pertanto naturale, che ciò che nella realtà appariva come lineare e frutto di una attenta planimetria, nell’”Alam” risultasse un’ingannevole serie di falsi angoli, piani sfalzati, geometrie curve e piane, quando non addirittura semplici proiezioni prive di forma o sostanza reali. Tutto appariva troppo “Ordinato” nella proiezione che lui e Vodja avevano visitato; le porte al loro giusto posto, i “Guardiani” ben visibili e attenti, nessun “Vagante” alle porte, Entità vagabonde di natura eterogenea, speculari a quelle in attesa o in sosta all’interno o all’esterno di qualsiasi città “reale”, e che lo stesso Cernusco aveva tentato di distinguere e classificare all’interno di un’opera “antropo-onirica” mai terminata. Troppo strano. Arrigoni ripassò mentalmente le possibili eccezioni alla regola, ma gliene sovvennero solamente due. Si girò sulla sedia per raccogliere dalla mensola il volume del persiano Sohravahrdi “Sulle Intelligenze Arcangeliche”, traduzione dal persiano di Giuseppe Cernusco, per poi cominciare a sfogliarne l’indice. “In due sole città dell’”Alam al Mital” (benedetto sia il suo Nome) l’Interno appare come l’Esterno”, ripetè fra sé leggendo il passo corrispondente; “una di esse è Hurqaliya, la dimora perfetta, il Santuario delle luci, fondata dai signori dell’Alba. Essa fu creata in tutti i piani contemporaneamente, dunque “esiste” in tutti i piani contemporaneamente. L’altra è la città Maledetta di Irem, detta “Il guscio vuoto”, la dimora delle ombre fameliche, dove il ruggito del leopardo echeggia all’unisono con i cachinni immondi dei ghouls e dei “Lilim”. Anch’essa esiste in tutti i piani contemporaneamente.” Seguiva poi una lunga dissertazione speculativa sulla natura stessa della Città maledetta. Certuni credevano che l’una avesse germinato spontaneamente in seguito alla creazione dell’altra, che fosse per così dire “L’ombra proiettata dalla luce dell’altra”, ma naturalmente ciò non faceva che avallare le tendenze sofistiche di coloro che invece asserivano proditoriamente non sussistere alcuna ragione perché l’ombra non dovesse essere in tal caso antecedente alla luce. Certi altri invece sospettavano una creazione autonoma di Irem da parte di Entità ostili ai Signori dell’Alba, asserzione che Sohravardi generosamente, confutava con argomenti teologici molto simili a quelli dei Padri del Deserto, ma Arrigoni non era in vena di perdersi in dissertazioni sul sesso degli Angeli. Fece per girarsi indietro a riporre il trattato sullo scaffale e fu allora che sentì i peli rizzarglisi sulla nuca. Di sfuggita aveva notato l’ora riportata dall’orologio, le una meno un quarto, la lancetta non si era spostata di un solo minuto. Congiunse le mani sulla fronte e rimase un lungo minuto assorto in considerazioni che è impossibile riportare, poi si alzò di colpo. Divorò la distanza che lo separava dalla finestra in due rapide falcate e spostò i pesanti tendaggi scuri. Sulla città tranquilla splendeva un caldo sole di mezzogiorno. Senza indugio afferrò il telefono e compose il numero d’ufficio di Francesco Esposito. Rispose una segretaria dalla voce studiatamente atona; “Non è ancora in pausa pranzo. Chi è che lo desidera?” Arrigoni scandì bene il suo nome e si dispose ad attendere l’inevitabile “Primavera” di Vivaldi, che si inserisce sempre in casi consimili. Dopo qualche minuto rispose la voce sottilmente seccata di Esposito; “Arrigoni buongiorno. Per cortesia una cosa breve, sono in pieno tran tran …” –“Può chiedere un permesso?” – seguì un mezzo minuto buono di silenzio; “Ha voglia di scherzare vero?” rispose di rimando Esposito, Arrigoni si permise un sorriso stanco; “Cercherò di essere più chiaro possibile. Lei è in serio pericolo di vita ed anch’io. Abbiamo già perso troppo tempo, per cui debbo avvisarla che in meno di mezz’ora mi metterò in marcia, se vuole seguirmi oppure no, questa sarà una scelta sua e solo sua. Per adesso si limiti a rispondere ad una semplice domanda. Qual è l’edificio ubicato sulla parallela all’osteria delle cinque viti?” – seguì un altro mezzo minuto di silenzio – “Dunque è stato laggiù? Con chi ha parlato?”- Arrigoni stette bene attento a reprimere un sospiro “Lei cosa crede? Per favore, le chiedo di rispondere ad una semplice domanda…” – “Dovrebbe essere la Facoltà di Lettere e Filosofia, nell’unica parallela possibile, quella che guarda alla Cattedrale dell’Annunziata, dietro l’osteria ci sono solo baracconi.…”- “Che fa, mi raggiunge?” domandò ancora Arrigoni. Questa volta non trascorse neppure una manciata di secondi: “Mi dia almeno mezz’ora …”







Dentro il giardino

I due si trovavano in corrispondenza dell’atrio principale di Facoltà, completamente vuoto, dovuto all’ora di pranzo. Un perplesso Esposito stava appoggiato al battiscopa del corridoio e guardava Arrigoni con impazienza a stento trattenuta; “Vorrei proprio sapere che cosa le ha detto Gaspare”. Arrigoni non era arrivato a presentarsi con il formidabile oste, ancora non sapeva se per fortuna oppure no: “Mi creda, è meglio se glielo dico più avanti …”. Esposito ristette per un momento perso nei suoi pensieri. Entrambi salutarono un inserviente armato di scopa e strofinaccio, “avrei dovuto dirglielo …” riprese Esposito”- “Non sarebbe servito a niente, l’ho scoperto comunque”, disse Arrigoni con un sorriso lieve. “Vede … una volta valeva il detto: non c’è inganno peggiore, da parte del Diavolo, di far credere che egli non esiste. Ma adesso è diventato il contrario. Si affolla la testa delle persone di contenuti pseudo-esoterici, si fondano sette e sotto-sette al solo ed unico scopo di nascondere i luoghi di potere. Questi sono in bella vista, lo sono sempre stati, ma nessuno è disposto a vedere veramente. Lei ci è arrivato per la via più dura … ed a quanto pare anch’io”. Vedendolo corrucciato Arrigoni continuò; “possiamo ancora uscirne, ma pretendo un atto, se vogliamo, di fede. Dovrà fare esattamente come le dirò di fare, quando le dirò di farlo e dovrà obbedirmi, per quanto la cosa potrà sembrarle assurda …”. Esposito lo guardò di rimando: “Lei ha ragione. Ho sempre saputo che tutto è cominciato da quel posto, ma non ho voluto mai ammetterlo, neppure con me stesso … era tutto troppo assurdo”. Notando che la garitta dei custodi era vuota, Arrigoni fece segno all’altro di fare strada. Percorsero il corridoio fino al termine, laddove la via era chiusa da un modernissimo portone dotato di maniglioni antipanico, sul quale svettava la scritta “Porta videosorvegliata”. Arrigoni trasse di tasca  ciò che rimaneva del Bezoar, una palla grigiastra, sulla quale rimanevano ancora macchie rossastre e porpora di vino, la sollevò in alto e disse all’altro di stringerla forte. Per quanto perplesso Esposito obbedì. Con le mani libere i due spinsero il maniglione ed entrarono. All’inizio ci fu il consueto odore di umidità e muffa ed una oscurità fonda e impenetrabile, ma man mano che avanzavano il Bezoar cominciò a emettere una luce fioca e dorata, che illuminava il cammino davanti a loro. “Le telecamere ci avranno già registrati… Oddio neppure so perché sto facendo questo…”, perché gliel’ho detto io” gli rispose Arrigoni. “Vede … anche io ho sbagliato con lei, quando le ho detto di credere gliel’ho messa giù come se si trattasse di una questione di fede, ma qui si tratta solo di buon senso. Come dice Sherlock Holmes, quando tutte le ipotesi sono scartate, l’unica vincente è la più assurda. E non deve assolutamente preoccuparsi per le telecamere. Se non mi sbaglio (e raramente mi sbaglio) queste avranno già registrato un guasto ben prima di aver avuto la capacità di inquadrare le nostre facce. Badi solo a non lasciare la mia mano e a non mettere un piede in fallo”. D’un tratto la luce del bezoar inquadrò alcuni gradini tufacei che conducevano in profondità. Mano a mano che scendevano, il mugugno che Arrigoni ben conosceva tornò a farsi sentire, stavolta più nitido e molto più agghiacciante. “Io ho già visto questo posto, disse Esposito…” –“Non è esatto” rispose Arrigoni. “Lei ha visto la brutta copia di questo posto, o se vogliamo, la sua copia distorta. Chi ha creato il posto che lei ha visto era una persona di grandi capacità e di immensa inventiva, ma dotato di una immaginazione avida e contorta. Questo è il posto Originale oppure, per usare una metafora tanto cara ad un mio impagabile amico, il giardino di cui occorre prendersi cura, estirpandone le erbacce”. Dopo una discesa che parve infinita, i due si ritrovarono dinnanzi allo spettacolo che Arrigoni si aspettava. La cisterna originale misurava il doppio di quella ubicata ne sotterranei dell’osteria e poggiava su di un immenso tripode di bronzo i cui bracci raffiguravano quattro sfingi tebane con i volti atteggiati ad una smorfia, che poteva essere un sorriso. Sotto il tripode riposava il sarcofago originario, magnifico nei suoi colori, seppure sbiaditi, di azzurro, ocra e malva, colori regali. Il sarcofago rappresentava le fattezze di un signore etrusco, le labbra atteggiate alla stessa espressione delle sfingi, ed ogni particolare del volto e del corpo, come potevano notare i due attoniti pellegrini, era stato decorato con smalti finissimi e resistenti benchè coperti di polvere e ragnatele, dal nero dei riccioli spessi sul capo fino all’azzurro degli occhi ed all’azzurro della tunica. La sala pulsava letteralmente al gemito prolungato che li aveva prostrati e soggiogati durante la discesa e le pareti si contraevano e si rilasciavano all’unisono con le contrazioni del sarcofago, come se la figura in rilievo emettesse essa stessa un respiro disturbato e contratto. 


Porcenac, il lucumone dormiente

Le muffe che invadevano pareti e soffitto emettevano una luminosità verdastra, a volte chiara come una pietra smeraldina ed a volte di un colore marcio e malato, mentre sull’enorme cisterna si avvolgevano vitigni che sfoggiavano gambi verdi, robusti e stillanti di resina e foglie terminali marcite e dalle nervature linfatiche di un rosso arterioso e malato. “Ma questo è … incredibile!” boccheggiò Esposito “Ho visto tutto questo in un sogno”. “Non mi stupisce” rispose Arrigoni con voce fioca. Sempre reggendo il Bezoar che seguitava ad emettere la sua luce dorata, Arrigoni spostò le foglie marcite che si avvolgevano anche intorno al sarcofago, fino a scoprire un nome, vergato in caratteri sia etruschi che romani, “PORCENAC”. “Ma non è possibile!” disse Esposito “E’ Porsenna, ma la sua tomba non dovrebbe essere qui. Dovrebbe essere in qualche luogo imprecisato di Chiusi”- “Non è esatto” rispose Arrigoni: “Chiusi è il luogo dove egli regnò, non il posto dove volle essere seppellito”. Condusse Esposito verso una nicchia tufacea della parete, usando il Bezoar come una lampada. Alla fine, nascosto in una rientranza videro una figura orrenda, palesemente incisa con una lama e ripassata con listelle di rame. Raffigurava una orrenda testa anguicrinita di avvoltoio con due enormi ali stilizzate. “Tuchulcha”-disse Arrigoni “dèmone dell’Ade etrusco, il cui metallo sacro è il rame, posto qui dagli individui che hanno costruito le altre cisterne, per avvelenare questa”. Notando l’espressione attonita di Esposito, Arrigoni si accinse a continuare: “Vede, il vino non serve solo a libare nelle feste, è il sangue della terra, il suggello dell’alleanza stessa degli uomini con la terra. Il gran Re e sacerdote Porsenna, vide che questa terra produceva un vitigno vigoroso e forte e volle erigere una città sacra. La concepì come un labirinto, sul modello delle viscere umane. Sono infatti certo che una visione della città dall’alto assomiglierebbe prodigiosamente al labirinto tracciato al centro della Cattedrale di Chartres. Una volta fatto questo la consacrò ponendo la propria tomba nel suo centro esatto. I suoi umori nutrirono un vitigno speciale, che i suoi lucumoni trapiantarono in lungo e in largo per queste terre. Il vino garantiva pace e prosperità e l’ha garantita anche con l’arrivo dei Romani. Poi qualcuno notò che il vino possedeva anche altre proprietà …” Esposito si appoggiò al muro per riprendere fiato, il lamento continuo minacciava di fargli esplodere la testa, mentre l’odore di foglie marce e muffa era addirittura insopportabile; “E quale?” domandò- “Quello di sospendere il tempo” rispose Arrigoni, “portare in ogni epoca un aroma, un profumo della beata era di Saturno.” Sorrise mestamente appoggiandosi accanto allo stupefatto ex-cameriere. “Così un gruppo di maggiorenti della città, fra i quali anche il suo amato oste, decisero di operare un rito rischioso e terribile. Trapiantarono il vitigno nutrito dal corpo del Re in altre cripte e lo fecero fermentare in altre cisterne, ma lo avvelenarono con il rame, il metallo dei dèmoni ctoni. Così mutato il vitigno possedeva il potere di accelerare il tempo, ma allo stesso momento di lasciare ogni affare della città esattamente com’era ai tempi dell’esperimento, tempi per loro molto vantaggiosi oso immaginare”. Esposito era sempre più stupefatto; “ma Gaspare non è mai stato un maggiorente!”, a quel punto Arrigoni si permise una solenne risata: “A quel tempo nessuno di loro lo era. Sicuramente alcuni avranno fatta strada in politica, altri si saranno dati al commercio come il suo Gaspare, ma nessuno di loro si è mai mosso da qui. Il sortilegio deve essere mantenuto con la costante presenza fisica dei suoi officianti, oppure cessa di avere effetto.” Esposito affondò la testa sul petto per qualche secondo, poi riprese: “Ma in tutto questo io che c’entro?” Arrigoni parve pensarci su un attimo; “Lei, ed altri come lei, siete il sacrificio. Porsenna sacrificò sé stesso per garantire un costante matrimonio con la terra, ma lui era un grande Re ed un grande Lucumone, uno dei sovrani leggendari dell’occidente. Le persone di cui stiamo parlando sono solo gente dall’intraprendenza limitata e di modeste vedute, nonché egoisti e avidi. Per garantire un rinnovo costante delle energie scatenate presso questa ed altre cisterne, erano costretti a garantire sacrifici continui. Il vino prodotto nelle cisterne avvelenate crea il vincolo. Le persone che lo assaggiano a lungo rimangono incatenate a questa città senza potersene muovere e qui muoiono, senza sapere bene per cosa sono vissute o perché sono rimaste qui. Gli autoctoni, neppure se ne accorgono, i nuovi venuti, come lei, me o la sua famiglia, per quanto si spostino rimangono sempre incatenati qui. Sono costretti a tornare fino a quando il sacrificio non viene consumato, solitamente grazie ad una morte che pare naturale, ma non lo è. Con lei come con me, l’oste Gaspare ha capito da subito che si trattava di persone con una forte volontà, così ci ha abbeverati con un vino estratto direttamente dal vitigno originale modificato ed è un vero miracolo che lei, da solo sia riuscito a resistere ai suoi influssi maligni per così tanto tempo. Io ne ho accusato subito gli effetti e se non avessi indebolito previamente il dèmone, a quest’ora saremmo entrambi spacciati”. “Voglio solo uscire da questo incubo” sbottò all’improvviso Esposito: “Ho dato litri di sangue e sudore a questa gente! Che altro devo fare per uscirne! Mi dica che devo fare! Il mio sacrificio io l’ho già fatto!” Esposito aveva i pugni contratti e guardava Arrigoni con una faccia che pareva la versione antropomorfa di quella di Tuchulcha. “Ma il Re lo sa” rispose questi con voce piana: “E’ stata la sua forza a sostenerla per tutto questo tempo, non se ne è accorto?” Arrigoni mostrò il Bezoar ad Esposito che esibiva ancora i pugni stretti, a mezz’aria. “Questa pietra è stata fatta con i capelli di una donna che ho molto amato e che ha molto amato suo figlio, a sua volta. La forza di suo figlio e quella del Re hanno aiutato me ad arrivare sin qui. Una metà della pietra è già nella cisterna principale. E’ grazie anche a questo che io e lei non siamo ancora morti.” Senza più esitare, Arrigoni scagliò il luminoso Bezoar nella tinozza. La piccola pietra descrisse una parabola ascendente e poi discendente, come una piccola meteora poi si immerse con un “pluf” nel liquido celato dalle pareti di terracotta. Come d’incanto il gemito scemò per divenire un mormorìo appena accennato, la luce perse le sue sfumature di un verde-rossastro malato per raggiungere un colore smeraldino e uniforme e i due credettero persino di notare i vasi linfatici delle foglie perdere il loro colorito tumescente, per avvicinarsi ad una sana sfumatura di verde. Fatto questo Arrigoni si chinò per strappare i fili di rame che formavano l’orrenda figura di Tuchulcha, poi li appollottolò in un rozzo gomitolo, che consegnò ad Esposito: “Lo seppellisca in un luogo lontano dalla città, possibilmente in una cava abbandonata, oppure lo regali a qualche robivecchi. Ci vorrà del tempo perché le cose tornino normali, ci sono ancora molte cisterne avvelenate, ma abbiamo guarito quella principale, le cose non potranno che andare meglio, adesso, se non altro per lei”.




Il ritorno del tempo

 Esposito si mise il gomitolo in tasca e si fermò a guardare la figura del Re dormiente, gli parve che il suo petto di smalto e terracotta si muovesse all’unisono con il pulsare del suo cuore. “Perché questo?” domandò Esposito. “Perché tanta cattiveria?”. Arrigoni si era perso momentaneamente nei ricordi ed attese qualche secondo, prima di rispondere. “Tutto questo paese soffre dello stesso Male e forse tutto il Mondo. All’opera vi sono Forze che vogliono accompagnarci verso un futuro sereno e allo stesso tempo Poteri che vogliono il nostro asservimento perpetuo. Io combatto quelle forze da poco tempo, ma se lei ci riflette, scoprirà che ha già avuto a che fare anche lei con gli effetti visibili di questa lotta. Il tempo qui, adesso, nella città intendo, riprenderà gradatamente il suo corso normale. Probabilmente il suo amico Gaspare si vedrà ricevere tutti in una botta gli avvisi di pagamento e l’assalto dei creditori che ha cercato di tenere lontani per anni e scoprirà che molta gente su cui prima faceva affidamento non sarà più molto disposta ad aiutarlo con la medesima sollecitudine. Da lui non dovrà aspettarsi ritorsioni, tuttavia la consiglio caldamente di andarsene, non le mancano né il desiderio né tanto meno i mezzi per farlo”. Esposito riflettè un momento su quelle parole; “E lei?” domandò infine con una nota di sincera preoccupazione; “Oh io me la caverò” rispose l’altro; “All’opera non ci sono solamente forze negative, gliel’ho detto e poi … ho chi bada a me”. Mentre si apprestavano a risalire in superficie notarono che lo splendore smeraldino si era diffuso per tutto il percorso, scaturendo direttamente dal centro della tinozza, come un faro pulsante. “Posso domandarle cosa ha detto di me Gaspare quando ci ha parlato?” fece Esposito. Arrigoni esplose in una risata squillante, una risata liberatoria: “Ha detto che lei è un mortorio e francamente inizio a dargli ragione. Sia felice e cominci a guardare alla vita con altri occhi! Le do un consiglio vada a salutare Gaspare e si faccia una bella bevuta con il suo vino. Scommetto dieci a uno che stavolta avrà un sapore insolito per tutti e due… ma soprattutto per lui!” Ridacchiando entrambi, si apprestarono ad intraprendere la salita.

Mariano D'Anza


Piccolo Glossario Terminologico:

Grand Grimoire: Libro di magia nera che si vuole risalente al 1522 ma pare essere stato redatto nel 18° secolo. Potrebbe anche essere una traduzione del “Grimorio di Papa Onorio”. E’ conosciuto anche sotto il nome di: “Le veritable Dragon Rouge” e pare che molti praticamenti del Voodoo haitiano lo venrino come un vero e proprio testo sacro, ma qui è usato in un senso palesemente ironico.
Bezoar: Dal persiano pâdzahr, ovvero “antidoto”. Generalmente si tratta di una massa che si intrappola nel sistema gastro-intestinale. La tradizione islamica attribuiva grande potere ad un Bezoar formato dai capelli che una vergine inghiottisce insieme alle sue lacrime per motivi amorosi e si riteneva che tale tipo di massa (che una volta essiccata assumeva l’aspetto di una pietra) fosse in grado di curare gli effetti di qualsiasi tipo di veleno.
Tuchulcha: Demone etrusco dell’Oltretomba la cui descrizione (sostanzialmente identica a quella che ne fa Arrigoni, a parte le orecchie d’asino non notate, probabilmente a causa della concitazione del momento) si trova invariata in un affresco della “Tomba dell’Orco” a Tarquinia. Tradizionalmente, il colore associato a questo demone era il giallo, da cui il suo metallo caratteristico, il rame.
Alam Al Mital: Lo studioso francese Henry Corbin traduce questo termine arabo con “Mundus Imaginalis” o “Mondo delle Intelligenze Arcangeliche” (secondo la dizione che adottano alcuni mistici persiani). Si tratta di un concetto dell’ermetismo persiano del 12°-13° secolo D.C., fortemente influenzato dal neoplatonismo di Plotino e Proclo e designerebbe il mondo delle forme simboliche originarie e preesistenti alla creazione materiale del Cosmo, conservando una eco delle idee Iperuranie di Platone.
Adocentyn: Secondo il Ghayat Al Hakim (lett. “Il fine del saggio”) dello pseudo Maslama Al Magriti si tratta della prima città sacra d’Egitto fondata dal Re-Sacerdote di origine divina Ermete Trismegisto (Il “Tre volte Grandissimo”). Il testo a cui facciamo riferimento è conosciuto in Occidente con il nome sulfureo di “Picatrix latino” ed è stato tradotto dall’arabo da Alfonso X detto il saggio (1221-1284), sovrano di Castiglia e Leòn. Si trattava di un testo molto consultato sia durante i Medioevo che durante il Rinascimento e con la caduta di Costantinopoli (1453) e con il conseguente afflusso di testi ermetici tradotti da intellettuali greci in fuga, può aver contribuito alla leggenda occidentale di Ermete, in parte divinità associata all’egizio Thoth (O Theuth, secondo la dizione platonica), in parte sovrano illuminato e mago.
Hurqaliya: Città principale del “Mundus Imaginalis” insieme a Jabarsa e Jabarqa. E’ chiamata anche “Città dell’Angelo” e “Città di smeraldo” (colore associato all’Occidente nella simbologia sabea e persiana). Trattandosi della duttile materia simbolica del mondo archetipale, a volte Hurqaliya appare al mistico sotto forma di un Angelo o di un profumo particolare.
Bai Ulgan: Divinità Iperurania per i Tartari calmucchi ed i mongoli siberiani. Da questo e da altri riferimenti, si inferisce che quelle di Arrigoni, sono probabilmente tecniche sciamaniche di visione auto indotta basate su di un saldo impianto dottrinale appartenente all’ermetismo persiano, sabeo e arabo. Ma questa è solo opinione di chi scrive.

Glossario dei nomi di persona:
Sohravardi: E’ probabile che Arrigoni alluda all’ermetista e mistico persiano Shihaboddin Yahya Sohravardi (XII sec.), chiamato dai suoi seguaci “Shaykh Al Ishraq” (lett. “Signore della Gnosi”), che nel “Libro dei Colloqui” e nel “Libro delle Delucidazioni” descrisse dettagliatamente la natura del “Mundus Imaginalis” e della percezione immaginativa dell’uomo. Tuttavia il testo al quale Arrigoni fa riferimento non è conosciuto nella bibliografia che del mistico ha redatto lo studioso francese Henry Corbin.
Porsenna: Trattasi del Grande sovrano e lucumone etrusco Lars Porsenna (VI secolo A.C.), signore di Chiusi e dominatore di Roma, dopo aver sconfitto le sue truppe a seguito della cacciata di Tarquinio il Superbo. La vicenda di Arrigoni rafforza una attuale prospettiva storica, che vuole un Porsenna non solo come re di Chiusi, ma anche di altri centri etruschi di grande importanza sia economica che militare, altrimenti non potrebbe darsi spiegazione del perché i romani, già usciti vincitori dai tentativi di Tarquinio per riprendersi il seggio capitolino con l’aituo di Veio e Tarquinia, abbiano invece ceduto proprio alle armate di Porsenna, secondo quanto riportato da Tito Livio. Tradizionalmente si ubica la tomba di Porsenna all’interno di un mausoleo piazzato al centro di un labirinto sotterraneo mai ritrovato, ma le vicende vissute da Arrigoni ne lascerebbero trapelare un diversa ubicazione.