Melek Ta'us

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mercoledì 13 aprile 2011

“L’Avidità Trionfata”. Ovvero La Tirchieria nei racconti di Jean Ray e Saki



L’amante dei Tarocchi d’autore non avrà potuto che apprezzare l’Arcano numero undici del mazzo “Crowley-Harris”, Arcano chiamato “L’Avidità”. All’interno del complesso sistema magico-simbolico di Crowley, l’erotismo assume un posto di primo piano, in quanto apre la porta a una serie di operazioni mistiche di peculiare importanza per il mago. Non deve dunque stupire pertanto, che nel suo mazzo di tarocchi (o “Libro di Toth” come amava chiamarlo) ciò che nei tarocchi marsigliesi sarebbe la semplice “Forza” (arcano numero undici, raffigurante una fanciulla colta nell’atto di aprire la bocca a un feroce leone), nel “suo” venga raffigurato come una delle tante “Donne Scarlatte”, ovvero come una donna lubrica adagiata sulla schiena di una bestia semiumana mentre stringe fra le sue mani nervose la “Coppa di Babalon”, il calice ricolmo di ogni immondizia e bassezza che proviene dalle umane passioni, tal come viene descritto nell’Apocalisse di Giovanni di Patmos. Se dunque l’Avidità corrisponde a quanto di più basso possa albergare nel cuore umano, Crowley sembra anche volerci dire che è una passione fra le più primordiali, e siccome “Passione” deriva dal verbo latino “patior” (soffrire o subire) è anche uno dei demoni più potenti che da sempre infesta il nostro destino. Inserita nel Cristianesimo fra i peccati mortali, anche se con scarso successo, l’Avidità ha una lunga storia. Messa alla berlina da Erasmo da Rotterdam è divenuta pretesto per lo sterminio di interi popoli, salvo poi riprodursi, rinnovata e più potente di prima, ai nostri giorni, fino ad assurgere ai fasti che Collin de Plancy, nel suo “Dictionnaire Infernal”, riservava in esclusiva al Demone “Mammon”, detto anche “Principe di questo Mondo” di evangelica memoria. Due fra gli scrittori del Fantastico più versatili, misteriosi e poliedrici che la letteratura “di genere” possa vantare, hanno deciso, a loro tempo di mettere alla berlina, questa scomoda onnipresente passione, due scrittori nelle rispettive personcine di Jean Ray e Hector Hugh Munro, meglio conosciuto con il suo nome d’arte; “Saki”. Due personalità estremamente diverse, la prima, nome all’anagrafe Jean Raymond de Kremer, ammantata da un avventuroso mistero esistenziale che il personaggio vivente contribuì ad alimentare, una personalità che dovrebbe annoverare, tra le proprie vicissitudini, quella di contrabbandiere, ladro, pirata, “Viveur” e, infine, domatore di leoni, l’altra quella certificata di “Dandy” sofisticato e scrittore “sulfureo” alla Thomas De Quincey. Scrisse Borges di Saki: “Come Thackeray, come Kipling e come tanti altri inglesi illustri, Hector Hugh Munro nacque in Oriente e conobbe in Inghilterra la solitudine di un’infanzia vissuta lontano dai genitori, e nel suo caso severamente vigilata da due rigide zie. Il suo nome, Munro, è quello di un’antica famiglia scozzese: il suo pseudonimo letterario, Saki, deriva dalle Rubayyat (la parola che in persiano significa coppiere). Secondo la testimonianza della sorella Ethel, le zie tutrici, Augusta e Carlotta, erano imparzialmente detestabili; il fatto che odiassero gli animali può non essere estraneo all’amore che Munro sempre manifestò per essi …”. Scrive invece Jean Ray di sé stesso nel suo racconto autobiografico: “Mon Fantome a moi” (il mio fantasma e me): “Un giovedì mio padre venne a trovarmi: passai con lui alcune ore, ore di libertà e di ozio. Pecq, in quell’epoca, era un villaggio abbastanza isolato dalle linee ferroviarie, di modo che durante il pomeriggio accompagnai mio padre alla stazione di Espierre, situata a più di una lega di distanza dalla scuola.
Il giorno era stato radioso, come un anticipo della prossima estate; il sole discendeva verso l’immenso occaso e accendeva sulla piana turnasiana un braciere da apoteosi. Seguivo senza fretta un sentiero punteggiato da cespugli che pareva allungarsi fino all’orizzonte. Ero solo, epicentro della splendente estensione, e, ignorandone il perché, sperimentavo una forma di orgogliosa allegria. Ed avvenne che all’improvviso, senza averlo udito giungere, mi incontrai quasi faccia a faccia con un ometto che sfoggiava un panno rosso al collo. Lo riconobbi subito, e immediatamente formulai tra me e me la stessa domanda che mi ero posto le volte addietro: “sarà malvagio?”. Il fatto sta che in quel periodo io ero un ragazzino dal comportamento un po’ difficile, fatto che i miei maestri attribuivano a una forza fisica che non avevo alcuna remora a manifestare. I miei sentimenti, che radicavano in quel brusco incontro, dovettero essere abbastanza complessi. Non so se ebbi paura, non lo credo, ma sono sicuro che volli dimostrare che “sicuramente” non provavo paura. Avanzai verso di lui, incitandomi alla collera e animato dalla ferma intenzione di insultarlo o, addirittura, colpirlo”.
Nel caso di Saki , l’Avidità, nonché la rigidità di sentimenti manifestata dalle zie trova la sua migliore rappresentazione nel racconto semi-autobiografico “Sredni Vashtar”. E’ l’avidità che spinge la Zia del malaticcio Corradino a privarlo di tutti i suoi svaghi e le sue ore di felice immaginazione, allo scopo di affrettare la consunzione e la susseguente depressione e così impadronirsi della sua ricca eredità. Avidità che la spinge persino a privarlo della sua gallinella-mascotte. Ma tutto cambia allorquando la Zia rapace, viene a conoscenza del furetto personale di Corradino, animale al quale l’infermo bambino dedica un culto privato, Sredni Vashtar appunto, supplicato di porre fine, coi suoi poteri divini alle angherie dell’avida parente ed allorquando la donna tirannica tenta di disfarsi anche di lui, la risposta del Dio non si fa attendere. Memorabile la scena nella quale il fortunato Corradino festeggia la dipartita della parente in un tripudio di sandwiches imburrati. Gli avidi sono l’argomento preferito da Saki e non importa il fatto che appartengano o meno alla grigia genìa di banchieri e possidenti della “City” o all’altrettanto pittoresca e squattrinata fauna della nobiltà decaduta e rapace. Il Van Cheele di “Gabriel Ernst (che per inciso è anche uno dei più bei racconti di Lupi-mannari mai scritto), appartiene decisamente a questa prima categoria e subisce in pieno le conseguenze della propria latente e imbalsamata avidità. E’ la gelosia dei propri possedimenti, misurabili in ettari di bosco da utilizzare per battute di caccia (filistea attività anglosassone “Tout Court”) a spingere Van Cheele a apostrofare duramente il ragazzo nudo e ferino dal sorriso lupesco con il monito a “non gironzolare per i suoi boschi”. Il lupo mannaro compare allora in casa sua per divorarsi il figlio di un suo fittavolo e uscire conseguentemente di scena lasciando l’impressione di aver dato la vita per salvarlo da morte certa, suprema beffa, suprema punizione in omaggio al detto evangelico “Sarà dato a chi non ha e a chi ha, sarà tolto anche quello che ha”. Alla seconda categoria appartiene invece la baronessa protagonista del racconto “Esmè”. Costei e la sua amica Costanza Broddle assistono ad una battuta di caccia (l’ennesima) che vede protagonista una iena addomesticata fuggita dal giardino zoologico di un ricco eccentrico. La iena, abituata all’umana gentilezza, finisce per seguire le due amazzoni come un fedele cagnolino e così si comporta salvo sbranare e divorare, davanti ai loro occhi attoniti, un bambino zingaro. Attraversando la strada carrozzabile, la iena viene investita dalla “Rolls” di un altro ricco eccentrico e la Baronessa … non esita neppure per un momento, nonostante la ferina crudezza alla quale ha assistito, a reclamare risarcimento per la perdita del “Suo prezioso animale”, ottenendo in cambio una spilla di diamanti in filigrana, il ricavato della quale vendita (misurabile in sterline sonanti estremamente necessarie, visto lo stato di evidente indigenza della suddetta) la Baronessa si rifiuterà di condividere con l’amica, alienandosene così la stabile (e interessata) amicizia.



Jean Ray assume al contrario un tono decisamente più tetro ed esplicito al momento di punire o meno i suoi “Tirchi”. Nel racconto “Joshua Gullick, strozzino” contenuto nella raccolta “Les contes du Whisky”, si narrano le vicissitudini di uno strozzino di origini ebraiche duro, spietato e senza cuore che incappa nel giusto castigo. Il tenore del racconto si fa chiaro e palese in questa allocuzione che è propria e personale di Jean Ray, una di quelle intromissioni del narratore nella storia che sono il suo personale suggello narrativo: “…il fuoco domestico mi circonda di amichevole splendore, una comoda poltrona accarezza le mie membra, il liquore divino brilla deliziosamente in una caraffa di cristallo lavorato e, nel marmo oscuro di un alto camino, molto alto, appare questa iscrizione: “Dio castighi gli usurai!”
Per disgrazia tutta la mia ricchezza è lì, nella città dei miraggi; la mia stufa ha l’abitudine di arrossarsi più per l’ossido che non per le fiamme e l’iscrizione del mio disprezzo non è scritta in lettere d’oro nello splendido marmo di un camino, piuttosto nella carne dolorante del mio cuore … e ogni notte la mia preghiera porta a Dio il grido del mio cocente odio – Dio castighi gli usurai!”
Il castigo ovviamente non si fa attendere. Un giovane propone all’esoso Joshua Gullick di estinguere il suo debito con un anello molto particolare. Lo strozzino accetta e si pone l’anello al dito della mano destra. Tutto sembra andare come sempre, ma di repente la mano destra incomincia, per suo conto, a gettare nel fuoco cambiali e pagherò a estinguere debiti e scrivere testamenti nei quali Gullick lascia ogni suo avere ai poveri della città. Inutilmente l’usuraio tenta di occultare con la sinistra la mano “invasata” dal magico anello, questa la ritorce animata da una forza soprannaturale, la sloga, la spezza e infine raccoglie una pistola per dare allo strozzino, redento suo malgrado, un’orribile morte. Quasi la stessa vicenda pare svilupparsi nel racconto: “Il quadro”. Vi si narra di Gryde l’usuraio: “cinquemila uomini furono con lui debitori. Fu la causa di dodici suicidi, nove crimini sensazionali, innumerevoli bancarotte, rovine e disastri finanziari”. Attraverso tali mirabolanti descrizioni, Jean Ray insinua nel lettore una riflessione sul “potere” che questi avidi usurai esercitano sul mondo e sulle persone, il potere di controllare destini e vite che ubriaca tanto quanto quello di possedere del denaro, denaro che comunque costoro non spendono, occupati come sono a rotolarsi nel brago della loro stessa diabolica possessione. Il povero Warton, artista di belle speranze, regala a Gryde un quadro non terminato, in cambio di un terzo delle sterline di cui è debitore con lo strozzino. Si impegna inoltre a pagargli le restanti in quantità di dieci ogni mese, nonchè a terminare il quadro e a dargli un titolo. Il quadro rappresenta un bellissimo giovane, ritratto adagiato su di una nube rosata. Ma Warton non può pagare, così Gryde fa confiscare tutti i suoi beni. Il giovane allora si suicida insieme alla madre malata e lascia un biglietto per Gryde: “Le promisi di dare un titolo al quadro – lo chiami “Vendetta”- Per quanto invece riguarda il terminarlo, stia sicuro che manterrò la parola”. Ogni giorno il quadro si arricchisce di particolari da solo, come toccato da una mano invisibile, fin quando il giovane non esce dal quadro stesso per afferrare un pugnale. Ognuno completi il finale con l’ausilio della propria immaginazione. Saki è tanto cinico e beffardamente sottile con i suoi personaggi, quanto Jean Ray è brutale, pirotecnico e diretto con i suoi usurai, ma la sostanza è la stessa. Tutti e due si compiacciono, come implacabili Demiurghi, di torturare noi lettori con le sadiche nequizie operate dall’avidità delle loro creature e di torturare le suddette creature con soprannaturali, assurdi castighi. Poco importa che gli usurai di Jean Ray siano ricordi di vicissitudini più o meno vissute dal loro istrionico creatore, l’effetto è sempre lo stesso, ma insinua in noi un dubbio di tipo etico. Quanto c’è di noi in quei tristi, invasati personaggi? Personaggi che Erasmo da Rotterdam stesso non avrebbe potuto ritrarre meglio nei suoi “Dialoghi”.

Mariano D’Anza


Bibliografia:
La Biblioteca di Babele, a cura di J.L. Borges: “Saki”- Franco Maria Ricci ed. 1992
Saki: “L’insopportabile Bassington e altri racconti” Ed. Einaudi 1982
Jean Ray: “Les contes du Whisky” ed. Spagnola in “Obras Escogidas” ed. Acervo, Barcellona 1966

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