Melek Ta'us

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domenica 13 febbraio 2011

Tanith Lee, Femminismo, Magia e Weird-Fiction




Tanith Lee è una di quelle autrici che le nuove generazioni in Europa faranno molta fatica a conoscere. Costretti da scelte editoriali che definire limitate appare un eufemismo, i lettori europei sono ormai molto più abituati agli eleganti orrori della Rice e più ancora, agli intrallazzi liceali di Stephanie Meyer dimentichi, non per colpa loro, che molte di quelle intuizioni provengono da una fonte più oscura, più geniale e più ricca. Scrittrice inglese della scuola stilistica di Angela Carter e Sylvia Townsend Warner , Tanith Lee si è dedicata a diversi lavori quali assistente bibliotecaria, commessa e cameriera prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Il successo arriva con il suo romanzo d’esordio “Birthgrave”, dove confluiscono già i temi principali della sua narrativa futura. L’ambientazione appare all’inizio come uno scenario post-nucleare, dove la magia e la scienza appaiono intercambiabili ed entrambi dai poteri immensi, secondo una formula già felicemente adottata dal grande Poul Anderson. Vi si nota già un’attenzione filologica per popolazioni e città, ricalcate su civiltà antiche quali i popoli della steppa siberiana e le antiche città persiane. L’eroina, come tutte quelle successive di Tanith Lee, è marcata fin dall’inizio da un destino tragico, proveniente in gran parte dall’essere donna (il femminile in quanto “colpa”) e, per giunta, dotata di poteri misteriosi e devastanti. Si era a cavallo degli anni ottanta e alcune scrittrici di raro talento e originalità, quali Marion Zimmer Bradley e Ursula K. Le Guin cercavano di trovare un posto per la donna nella “Heroic Fantasy” che non fosse solo quello di formose e indifese fanciulle “preda” del muscoloso barbaro di turno. L’intuizione originale fu della moglie del compianto Henry Kuttner, Catherine Lucille Moore, che con il suo ciclo di Jirel Delle lande di Joiry e in particolare con il suo bellissimo “Black Kiss”, introdusse nella Weird Fantasy il tema agghiacciante dello stupro visto da una donna, fornendo le tracce per tutto un filone di autrici successive. Nell’introduzione alla sua antologia “Women as Demons”, Tanith Lee da prova, riflettendo sul ruolo “oscuro” della donna nel Fantasy, di raro equilibrio e coerenza creativa, elemento che vediamo carente in altre scrittrici più “impegnate” quali Marion Zimmer Bradley: “Esistono molte teorie sul perché si abbia costruito una mitologia dell’Oscurità intorno al femminile, di corruzione e Soprannaturale. Tanto il sangue mestruale, quanto la capacità di “dare alla luce” del suo corpo, hanno fatto della Donna una creatura “pura” e “impura”, un essere umano ostacolato da leggi apparentemente irrevocabili, incatenato; pertanto un essere clandestino. Si muove alla bussola della musica primordiale, e per questo, chissà, che è posseduta da Poteri fondamentali e da capricci”.



Le protagoniste femminili di Tanith Lee seguono perfettamente questo profilo, maghe loro malgrado, dotate di poteri inquietanti e capricciosi, spesso non per loro scelta, oppure spiriti disincarnati, espressioni di una volontà oscura, ombra della luce. Nel racconto contenuto in questa antologia, intitolato: “Bianchezza invernale”, il guerriero Crovak, al termine di una scorreria trova uno zufolo abbandonato il cui unico apparente valore consiste in un rubino incastonato. Nel racconto leggiamo che Crovak: “misurava più di sei piedi, di spalle larghe, tanto forte come doveva essere e ancora di più […] ma i suoi denti erano bianchi come il sale e da lì prese il suo nome, Crovak dente bianco, anche se più in là ebbe altri nomi. La sua vanità stava nei suoi denti e in tutta la sua persona a dire la verità, non nella sua apparenza, ma nella sua destrezza in battaglia, nelle sue qualità di capo, nella sua virilità, e nel suo essere uomo. Essere uomo era stata la sua fortuna. Si vantava del fatto che nessuno avrebbe potuto batterlo in guerra, bere più di lui o cavalcare meglio di lui nell’atto orizzontale. Aveva avuto solo figli maschi. “Un uomo genera uomini” soleva dire …”. Crovak dente-bianco, trova uno zufolo bianco dopo una scorreria. Cavalcando nel bianco della neve, di ritorno al suo villaggio, egli trae una nota. Solo una, dallo zufolo, una voce somigliante al gemito di una donna violata risponde. Dopo poco due sottili braccia bianche, femminili, lo circondano e lo perseguitano dovunque egli vada, braccia che solo lui può vedere. I suoi cavalli scartano, i suoi cani non lo riconoscono più, i suoi uomini cominciano a credere che sia pazzo … il seguito della vicenda è facile immaginarlo. Il racconto è una storia di ossessione e crudeltà soprannaturali che potrebbe benissimo figurare accanto a “L’occhio senza palpebra” di Philarete Chasles o alla “Venus D’Ille” di Teophile Gautier (autori romantici francesi che Tanith Lee conosce e ammira), per costruzione e effetto, ma ciò che più costituisce il tratto distintivo di tanith Lee è la sua ossessione cromatica, con tutti i giochi di trasmutazione simbolica che possano scaturire dal loro uso. In “Bianchezza invernale”, la ripetizione “positiva” del colore bianco (virilità, simbolo di comando) si muta nel suo negativo (la follia, il sopore mortifero, la persecuzione). Nel racconto “In gold”, il colore dorato del comando e della prosperità si muta nel fuoco giallo-rosso alchemico della trasmutazione, il fuoco della separazione, della passione femminile che consuma e trasforma.




Quest’attenzione cromatica della Lee raggiunge il suo massimo nel bellissimo romanzo “Volkhavaar”. Un giovane trovatello viene catturato e costretto a lavorare in una cava di pietra, in un mondo parallelo particolarmente crudele e stolido (che mantiene molti tratti in comune con il nostro). Mentre lo sfortunato ragazzo è costretto a lavorare inalando le mortifere polveri della cava, per casualità rinviene un idolo ornitomorfo, scolpito nel basalto. Riconoscendo il potere oscuro insito nell’idolo, il ragazzo comincia, secondo lo schema di un gioco infantile che trova i suoi paralleli stilistici nello “Shredni Vashtar” di Saki e nelle novelle più fortunate di Arthur Machen, alcune vittime in olocausto. All’inizio sono animali piccoli, uccelli o topi, ma l’idolo “risponde”. Offre il potere dell’illusione, di creare meraviglie di mirabile fattura, tanto più forti quanto più grandi sono le sue vittime. Il ragazzo finirà per sacrificargli vittime umane ed il suo potere cresce proporzionalmente. Il ragazzo cambia di nome, diventa “Il magnifico Volkhavaar, facitore di miracoli”, mago e impresario di una “Corte dei Miracoli”, assistito da un gruppo di artisti, giovani e giovinette di mirabile bellezza, ma involucri vuoti privati dell’anima offerta in olocausto alla Divinità oscura artefice della sua fortuna. Volkhavaar è una creatura dai tratti androgini, votata al Male per inclinazione e necessità, una creatura, in fin dei conti, cresciuta a metà, incapace di concepire la bellezza, se non per corromperla. La storia si complica quando una giovane e generosa strega di campagna si invaghisce di un bellissimo giovane della compagnia di Volkhavaar e decide di lottare contro il malefico idolo allo scopo di restituire al giovane la sua anima. L’avversario schiera contro di lei tutti i poteri oscuri del suo protetto, ma la strega prevale con una operazione di “Trasmutazione” simbolica che avrebbe fatto la felicità dell’antropologo Gilbert Durand. Il colore nero dell’Idolo raffigura l’abisso sterile della notte infeconda, la disperazione e la vacuità del nulla, il potere che non crea ma distrugge, la strega vi immetta la natura femminile che crea e dona vita, il grembo oscuro della terra umida che genera e nutre, il recesso oscuro della caverna-utero, la notte della vita in procinto di nascere. L’accumulazione simbolica opera una trasformazione nell’idolo, che da nero uccello rapace diviene una bianca divinità androgina e positiva, Volkhavaar viene privato dei suoi poteri e apprende che non sempre la via della crescita personale passa per la via più facile, il giovane recupera la sua anima così come i suoi compagni, ma non ricorda nulla di quanto accaduto, nemmeno della sua salvatrice, la strega, il finale è ambiguo e originale, come la vita.



Dopo la creazione di questa bellissima e toccante versione “al contrario” della favola della bella addormentata, Tanith Lee concepisce il suo progetto, forse più ambizioso, la creazione della sua versione “personale” delle Mille e una Notte. Il progetto, abile e ambizioso, si concretizza nel “Signore della Notte”, che comprende “Night’s Master” e “Wish Master”, più di mille pagine, un autentico capolavoro. Il mondo descritto in questo magnifico romanzo a incastro si divide in due “dimensioni” distinte, ma comunicanti, il Mondo della veglia, una terra piatta e sottomessa a un destino di morte e penuria e il Mondo dei Demoni, un reame governato da esseri umbratili e potentissimi che agiscono secondo le sole regole dettate dal capriccio e dal desiderio. I Signori oscuri di questa terra, fra i quali spicca Azhrarn il magnifico demone “Dalle mille forme”, costituiscono la matrice letteraria originale dalla quale hanno preso vita; sia i vampiri della Rice e della Meyer sia gli affascinanti e complessi “Endless” di Nei Gaiman. Il mondo dei Demoni (Eshva) è composto di fiamme e fumo, i simboli della passione bruciante e capricciosa, i suoi componenti, maschili e femminili, ma dipinti con tratti ambigui e androgini, vivono in una società gerarchica e crudele, come quella della Fate di Sylvia Townsend Warner, dove a capo della gerarchia stanno i “Principi Demoni” come Azhrarn, mentre in fondo si stuano i Drin, molto simili ai nani o ai goblin. Folletti-fabbri capaci di costruire oggetti di bellezza e potere non comuni, ma lussuriosi e stupidi. Come Tanith Lee rileva nella prefazione alla raccolta di racconti già citata a proposito del fascino oscuro inerente ai suoi protagonisti: “una eroina, può non essere attrattiva e stucchevole. La “malvagia”, con il suo abbandono abbagliante e i suoi abiti peccaminosi impazzisce. Si sviluppa un equilibrio: il Male è bello. Lo stesso può dirsi degli uomini, secondo i casi. Satana, Dracula … il mito dell’ “Uomo come Demone” esiste anch’esso, nutrito dalle fantasie. Una donna può scoprire che l’uomo demoniaco è non solo desiderabile, ma costituisce anche una sfida. Allo stesso modo, un uomo può scoprire che l’immagine dell’antieroe lo libera da certi “ghetti” stabiliti dal genere – cortesie false-, ruoli imposti- mentre si vede intrappolato dalla donna pericolosa, sia questa la Contessa Bathory o Morgan le Fay. Non c’è niente di inerentemente malvagio in tutto questo- eccetto quando perde il suo vero carattere di gioco o esperimento e la visione del reale cominci a sfocarsi, vale a dire, cominci a perdersi di vista il Mondo in cui viviamo …”. I personaggi dei “Signori della Notte” seguono esattamente questo schema. Le trasformazioni di ruoli si avvicendano, gli uomini diventano donne e viceversa, coloro che apparivano malvagi dimostrano atti di incontestabile generosità, la crudeltà non ha né una faccia né un genere né un colore solo, la magia domina ma soccombe ai sentimenti più forti come l’odio o l’amore, anche se si rivelano poi come i più effimeri.



L’abisso che separa la Lee dalle sue più sfrenate e commercialmente fortunate eredi si situa innanzitutto in ragioni stilistiche. I romanzi della Lee sono universalmente pervasi da una sensualità calda e avvolgente, che diviene a volte scoperto erotismo, ma che vede i suoi epigoni nella letteratura francese romantica e decadentista di un Verleine e di un Baudelaire senza dimenticare le “Undicimila verghe” di Guillaume Apollinaire o la “Salome” delle incisioni dell’inglese Beardsley, mentre alla base dell’erotismo di una Laurell Hamilton non vediamo altro se non una retorica erotica da “best selling”. L’attrazione esercitata dalla Letteratura Francese sulla Lee è di matrice europea e rivela tutta l’ambiguità che sottende al desiderio stilistico dell’isolata Albione, mentre i francesismi della Rice provengono da una serie di luoghi comuni sulla Lousiana e da un’infarinatura stilistica di tipo manierista che non regge a una seconda lettura. La Magia fa la parte del leone negli universi complessi e sfaccettati della Lee, l’alchimia, la magia nera, la negromanzia e il vampirismo. Le arti magiche vengono tradizionalmente associate alla donna, sono soggette al sesso e da esso traggono il loro potere. In “The book of Beasts” una fanciulla stringe un patto con Lucifero senza avvedersene e diviene forte e abile come il miglior ladro, in “Night’s Master”, una regina guerriera tradita scaglia sulla sua terra una maledizione che trasforma ogni suo abitante in un morto vivente, incapace sia di vivere che di morire, ma Tanith Lee è ben consapevole dei meccanismi che sottendono alle forze magiche, li conosce e vi crede ma non vi si abbandona, così come rivela in un altro passo dell’introduzione: “Inevitabilmente, in più, mi ha colpito la rivelazione del fatto che le donne, sotto questa pressione costante (leggi-pressione sociale), possono convertirsi nelle esecutrici della loro propria caduta. Loro possono anche credere di possedere energie sotterranee uniche nel loro genere, poteri dell’ombra che le pongano in una posizione a parte in rituali occulti nei quali gli uomini non si azzardano a penetrare, offrendo una opportunità di vincere grazie a pratiche occulte: strettamente, la filosofia dello schiavo”.



Autrici a lei successive, forse meno attente ai problemi sociali che la Lee affronta nelle sue mirabili creazioni letterarie, abbattono direttamente la differenza che inerisce al confine fra fittizio e realtà, facendo comodamente credere che il vampiro o la strega possa benissimo essere il “vicino della porta accanto” e così facendo abbattono anche la soglia che separa il simbolo dalla realtà, privando il fantastico, la magia e l’Occulto della loro aria di “alterità” che da sempre costituisce la sua forza. I personaggi oscuri e potenti della Lee sanno di generare odio e crudeltà a causa della loro palese alterità e attraverso un apprendistato vitale duro, ai limiti della follia e della solitudine, apprendono le leggi di un perdono e di un’accettazione che è un vero e proprio sacrificio etico. I vampiri della Rice rivelano in questo una sorta di coerenza, consapevoli come sono della loro immortalità e della loro maestosa solitudine, ma i personaggi della Meyer e della Hamilton sono ossessionati dalla loro potenzialità sociale, un vero inno al consumismo. Le loro eroine, appaiono più preoccupate di essere accettate in ambienti già esistenti quali il liceo o la società-bene statunitense, che del fatto di intrattenere relazioni con esseri soprannaturali quali fate, demoni o vampiri con il loro carico di follia e “dannazione” sociale, tanto a tutto risponde una certa estetica “dark” figlia della onnicomprensiva “Società dei costumi”, la donna viene così relegata ancora una volta nell’ambito della moda (anche se oscura) e la “weird Fantasy” subisce il suo più definitivo declino. Tanith Lee è stata e rimane una scrittrice “popolare” a 360 gradi. In “Drinks sapphire wine” descrive una distopia fantascientifica sul tema dell’immortalità, confermando le premesse mostrate in “Birthgrave”, “The book of the Beasts” è un affresco horror di rara potenza immaginifica, mentre la sua produzione di narrativa infantile comprende prove più che dignitose con la sua ultima trilogia dal nome di “Piratica”. Una scrittrice sensibile e immaginifica che meriterebbe di essere riscoperta da un lato all’altro dell’Oceano.

Mariano D’Anza


Bibliografia italiana parziale su Tanith Lee:
“Il Signore della notte”: Ed. Gli Slan della Libra editrice 1979 (comprende si “Night’s Master” che “Wish Master”)
“Volkhavaar”: Ed. Gli Slan della Libra editrice 1977
“Nata dal Vulcano”: Ed. Nord 1987
“Gli Imperi azzurri”: Ed. Mondadori 1989
“Le trame della Magia”: Ed. Mondadori 1990

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