Melek Ta'us

Melek Ta'us

domenica 9 gennaio 2011

Il "rebus" simbolico

Zaleski risolve i suoi casi meditando accanto alla mummia di una principessa egizia; è un simbolo dell’intuizione che “dorme sotto le ceneri” della mortalità, della passione nascosta, simbolo a sua volta dell’attività occulta del protagonista celata dal suo aspetto apparente di esiliato polacco, decadente ed oppiomane, di “mummia” appunto, morta al mondo ed è per di più un “rebus” che chissà non possa rivelarci qualcosa in più sulla sua qualità di “Iniziato”; “Passio surgit de Umbra” era il nome occulto di una affiliata femminile alla “Golden Dawn”, è sicuramente un indizio in più, anche se mai ne avremo la conferma definitiva, dato che la mitografìa non si avvale di schiaccianti prove cronologiche o filologiche. In altre parole, la ragione della fine di questo genere letterario ai giorni nostri, sta propriamente nell’”oggetto” dell’investigazione. Questi autori sapevano dare ai loro racconti un’aura di genuino terrore in quanto, si interrogavano metafisicamente sull’”Essenza” del Male, più che sui suoi agenti. Per Machen esiste una differenza ben precisa fra “Il Male” inteso nella sua accezione di “Santità rovesciata” e la brutalità dell’assassino, del Killer seriale, dello stupratore, del genio del crimine organizzato o del Mafioso, che costituiscono la fauna del detective classico. Per illustrare meglio cosa voglio dire non c’è che analizzare ciò che in proposito scrisse Borges, che di tali giochi a rimandi metafisici basò tutta la sua letteratura o buona parte di essa. Le figure “buffonesche” che confidano nelle soprannaturali capacità intuitive di Don Isidro Parodi, sono figure caricaturali, sia della becera borghesia argentina dell’epoca sia di “tipi umani” che Borges decide di mettere alla berlina, e vanno si inquadrati nelle figure linguistiche del “cocoliche” e del “lunfardo”, generi letterari più o meno culti che Borges intendeva scherzosamente criticare, ma si possono anche interpretare, a seconda degli argomenti con le carte dei tarocchi. I suoi racconti, di fatto, fanno pensare molto al “Castello dei destini incrociati” di Italo Calvino:
[Figura prima]: Achille Molinari.
Il primo racconto della serie, parla di un inganno ben congegnato, ma dal movente incomprensibile. Fondamentalmente, la figura comica ed ingenua figura di Achille Molinari ricorda moltissimo il Flambeau (“infiammabile) di Padre Brown. Nel caso di Chesterton (peraltro ammiratissimo da Borges), si tratta di un giovane brillante ma confuso che da bizzarro e geniale criminale si converte in amico e spalla inseparabile del suo ex-arcinemico. Nel caso di Borges si tratta invece di un giornalista brillante ed intelligente, ma fondamentalmente ingenuo e credulone, che per la sua “opacità” viene pesantemente buggerato invece di ottenere la tanto desiderata adesione ad una misteriosa setta orientale. Nel caso di Borges, le qualità di Molinari si trovano invertite rispetto a quelle di Flambeau, dato che il primo rimane decisamente ancorato alla sua “telluricità”. La figura corrisponde quasi esattamente, secondo l’interpretazione “occulta” del tarocco, allo “zero” o “Matto”. Nel pensiero del neoplatonico Plotino, alle cui intuizioni si deve principalmente tutta l’interpretazione esoterica ed alchemica dei tarocchi che è molto più recente di quanto l’Occultismo voglia riconoscere, lo zero corrisponde all’”Abisso indifferenziato” o “Caos”. Il Caos è propriamente la confusione, laddove il basso si confonde con l’alto, la verità con la menzogna, l’apparenza con la realtà, ecco perché la crta mostra la figura di un giovane con cappello da buffone, vestito di stracci lisi e multicolori ed inseguito da un cane. Così Molinari crede per tutta la durata del racconto, di stare partecipando ad una iniziazione reale, quando al contrario, si tratta solo di una burla ben organizzata. Gli Orientali, stanno solo prendendolo in giro e precisamente per confondere “l’alto con il basso”.
[Figura seconda]: Gervasio Montenegro.
Ricorda molto “Il Mago” dei tarocchi. Il mazzo detto “Marsigliese” ci mostra “Le bateleur” come un giovane che sembra mostrare, su di un banco che somiglia a quello degli illusionisti, una serie disparata di oggetti, come se il personaggio stesse preparandosi a qualche trucco di magia. Ed è così che vediamo Gervasio Montenegro nel racconto di Borges, anche se si tratta del piano reclinabile nello scompartimento di un treno. Ma va ricordato che all’interno degli Arcani Maggiori, il Mago è l’unica figura che mantiene uno sguardo obliquo invece che mantenerlo alla sinistra, alla destra o al fronte dello spettatore. Sembra più che altro un giocoliere che non sa più che inventarsi o ad un artista che non sa ancora bene come utilizzare tutti i suoi strumenti. E’ questa ambiguità furfantesca il tratto distintivo di Montenegro, questa abilità nel confondere la totale incomprensione del mistero poliziesco con un’apparente entusiasmo del tipo “ho capito tutto!”. Anche Montenegro assomiglia molto ad alcune simpatiche canaglie di Padre Brown.

Nessun commento:

Posta un commento