Melek Ta'us

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martedì 1 marzo 2011

Esoterismo e "Secondary World" al femminile


Quando parliamo di “Secondary World” non possiamo che pensare a J.R.R. Tolkien e alla nascita del genere Letterario comunemente denominato “Fantasy”, ma i due fenomeni sono ben più complessi, talmente tanto complessi che sarebbe semplicistico voler attribuire loro una sola origine, per quanto eminente. Anzitutto dovremmo riflettere sulle origini fenomenologiche del termine “Secondary World”. Seguendo passo passo le indicazioni che Tolkien lasciò nel suo meraviglioso saggio sulla Fiaba “Tree and Leaf”, si dovrebbe intendere il termine “Mondo Secondario” come una creazione “Demiurgica” di genere filologico e letterario, tesa all’incorporazione di elementi fiabeschi all’interno di una cornice cosmologica e cosmogonica “Altra” rispetto al Mondo “concreto” che conosciamo, una operazione, per intenderci di “anti-realismo” par- excellence. L’operazione andrebbe inquadrata all’interno della poetica Tolkeniana, tutta orientata alla creazione di universi “allegorici” dove i protagonisti “fiabeschi” non incarnino tipi sociali e non sono drammatizzazioni di vizi e di virtù, ma “Archetipi” o “Simboli” sacri tipizzati in caratteri. L’obbiettivo di Tolkien era quello di creare di una nuova letteratura epica per i tempi moderni e per farlo si rendeva ben conto del fatto che la Fiaba o il racconto di Fate avesse oramai perso la caratteristica “normativa” e “Metafisica” all’interno di Mondo e di una Realtà che aveva conosciuto due Rivoluzioni Industriali e una Guerra Mondiale. Nel Mondo che Tolkien aveva visto la Fiaba poteva trovare posto soltanto all’interno di un altro “Universo” in tutto simile al nostro, eppure radicalmente diverso, mosso da leggi; linguistiche, sociali, normative, simili alle nostre ma differenti, più emblematiche, più “archetipiche” oppure, per usare il linguaggio del mistico “più Vere”. Naturalmente si fa risalire l’origine di questa idea agli esperimenti stilistici di Lord Dunsany, con le sue visioni del Sogno come Mondo “Altro” nonchè ai meravigliosi affreschi tardo-medievali di William Morris, all’interno della sua concezione complessiva di un Socialismo utopistico e “Magico” che reclamava la sua eredità in un Medioevo corporativista e più “umano” rispetto all’economia industriale aggressiva e snaturante della seconda Rivoluzione Industriale, ma le origini “reali” di questa affascinante teoria letteraria vanno cercate più a fondo e proprio all’interno di quel magma pulsante e sotterraneo che è la Letteratura “esoterica” oppure, in termini più moderni “Occultistica”. Esiste un filone del “Secondary World” al femminile, altrettanto vivo e eminente, anche se basato su premesse meno “filologiche” rispetto a quello che potremmo definire di tipo “Dunsaniano-Tolkeniano”, ma non per questo dotate di meno cogenza e che prende le sue origini proprio dalla Letteratura esoterica di inizi novecento, e in molti casi, lo dichiara apertamente così come dichiara apertamente le sue fonti. Adesso si tende a far derivare questo filone “al femminile” direttamente dalla tradizione Tolkeniana, ma quello che vorrei dimostrare in questo breve articolo è che le due teorie si svilupparono insieme, solo che una ha acquistato rapidamente successo e approvazione, mentre le origini dell’altra rimasero all’oscuro e furono rapidamente dimenticate. Potrà apparire come l’ennesima “Teoria del Complotto” ma ci sono alcuni fatti a parlare, che il critico non può ignorare, unitamente al fatto rilevante che se non sia possibile completamente all’interno del filone cosiddetto “maschile” rilevare certe fonti, non è stato così per il filone “femminile”. Se seguiamo passo passo le intelligenti e acute riflessioni del Professor Antoine Faivre della Sorbonne, la storia dell’Esoterismo Occidentale ha origini molto antiche. “Nasce” nell’Alessandria del secondo secolo Dopo Cristo con gli Gnostici, si sviluppa durante il Medioevo con la scuola di Chartres, raggiunge il Rinascimento con personalità come Tritemio, Agrippa di Nettesheim, Giordano Bruno, si trasforma con la Teodicea seicentesca di Jacob Boheme, si completa nel settecento con le visioni cosmogoniche di Emanuel Swedenborg per poi, dopo il Romanticismo, subire una revisione completa a principio del Ventesimo secolo. Fautore di questa “renovatio” epistemologica fu Renè Guènon, illustre pensatore francese definito da Antoine Faivre come “Il Cartesio dell’Esoterismo”.


La biografia personale di Renè Guènon è troppo ampia e troppo complessa per poterla riassumere in poche righe ci basti qui sapere che il Nostro, dopo un lungo periodo trascorso nella neo-nata Chiesa Gnostica francese, (conventicola esoterica che poteva contare anche con nomi illustri) con il nome di “Abbè Palingenius”, fu successivamente affiliato alla Massoneria per poi, al termine di un lungo “Iter” personale, farsi Musulmano di confessione sufista e trascorrere i suoi ultimi anni in Egitto. Della sua biografia personale ripeto, che fu ricca e complessa, poco ci importa ai fini di questo articolo, ciò che sì ci importa è conoscere nel dettaglio i “principi” dell’Esoterismo secondo Renè Guènon, in quanto sarà su questi principi che si atterrà la Massoneria cosiddetta “magica” di inizi del ‘900. Renè Guènon leggeva la Storia del mondo secondo i “Grandi cicli” o “Manvantaras” Hindu, periodi circolari o “Ere” (Yugas) destinati a concludersi in maniera violenta per poi dare vita a un “Mondo Nuovo”. Secondo i suoi personali calcoli esoterici, basati in gran parte su di una tecnica chiamata “Archeometrìa” ideata dall’Occultista Saint Yves D’Alveydre, il nostro attuale (attuale nel 1900 e ben lungi dall’essere ancora terminato) corrisponderebbe al Kali-Yuga, lo Yuga della Dea Kali, divinità della Morte e della distruzione. Sarebbe un periodo caratterizzato dalla perdita totale di tutto ciò che è Sacro o metafisico in nome del più spudorato materialismo e arrivismo, ma a un esame più attento, la psicologia di Renè Guènon si avvicina molto a quella di una vocazione ecclesiastica di tipo “eterodosso” (speculare alle inquietudini di quell’altro Mago francese che fu Eliphas Lèvi Zaed), dunque ciò che più spaventava Guènon era principalmente il “laicismo” diffuso nella sua epoca e oramai onnipresente nella nostra. Nel definire i principi della sua “Science Sacrèe” da contrapporre alla “Science Profàne” imperante, notiamo in Guènon una preponderanza di simboli solari, a detta sua, da “integrare” e “assimilare” al fine di sopravvivere e prevalere alla miseria dei tempi attuali; La Croce (simbolo, dell’”Axis Mundi” o “Centro del Mondo”), la Montagna (il Mongibello di Artù, il Monsalvat del Graal, il Monte Meru degli Hindu), L’Omphalos Mundi (l’Ombelico del Mondo o “Agartha” di cui già si conoscevano i resoconti mistico-visionari di Saint Yves D’Alveydre e Ferdinand Ossendowsky). Ciò che era pericoloso era il fiorire di quelli che Guènon chiamava “Simboli dell’inversione” e che Gilbert Durand definirà meno criticamente “Simboli catabatici o ctonii” ovvero simboli femminili quali il “Calderone dei Morti” della Mitologia celtica (versione forse più antica del Graal), la caverna oscura, il Drago Tiamat etc. Non che Guènon non li considerasse, ma sempre in senso “Iniziatico” ovvero come prova (leggi maschile) da superare allo scopo di raggiungere uno dei “multiples etats de l’Etre”. In fondo questo sarebbe uno Yuga caratterizzato dalla presenza di una divinità femminile distruttrice e assetata di sangue, Kali appunto nella sua forma di Durga ovvero, mangiatrice di uomini che cavalca una tigre, logico che nel suo sistema simbolico ogni tipo di immagine riportante al Femminile andasse interpretato con sospetto. Ma questo tipo di ermeneutica simbolica è interessante anche in quanto il suo ideatore è pronto all’assimilazione del femminile con il concetto di “Progresso” tecnologico e laico, che Guènon vede come la radice di tutti i mali di questo Yuga. Và detto per inciso che l’idea non appartiene completamente a lui. Già nel 1800 il filosofo, archeologo dilettante e pensatore Johann Jacob Bachofen aveva ipotizzato nel suo “Das Mutterhecht” (“Il Diritto Materno”) l’esistenza di una “Società Matriarcale” preistorica da contrapporsi alla Civiltà “Solare e Olimpica” successiva, mentre Nietzsche, si era schierato direttamente con l’azione disgregatrice di Dioniso, divinità ctonia e androgina, in opposizione alla “debole e imbelle società “solare” e razionale di Apollo, a dimostrazione del fatto che ciò che Guènon aveva ipotizzato non era che una sintesi, anche se brillante, di idee e concezioni che gravitavano in Europa da già quasi un secolo.


Spostiamoci adesso nell’Inghilterra di principio del secolo ventesimo, teatro di tutto un altro genere di idee e concezioni. Helena Petrovna Blavatsky sbarca a Londra con i suo carico di visioni e la sua “Secret Doctrine” praticamente già formata. Ella Parla di Ere progressive del Mondo, di “Cicli di Evoluzione” molto simili a quelli di Guènon e di Saint Yves D’Alveydre, afferma anzi di aver comunicato in prima persona con i “Superiori Sconosciuti” che dominano e hanno dominato Agharti. Afferma che in principio il nostro pianeta era governato da razze “meno corporee” e “materiali” della nostra, in particolare “una” razza molto simile, nella forma, a Meduse gigantesche e straordinariamente intelligenti, insegna l’esistenza di un’altra dimensione più sottile chiamata “Akashic plane”, insegna la tecnica della visione autoindotta e del sogno lucido, tesa alla creazione di “un corpo sottile di gloria” mediante il quale è possibile accedere in dimensioni che non sopporterebbero né il nostro peso né la nostra materialità e chiamerà questa tecnica “Astral Wandering” o “Vagabondaggio astrale”. Che fu una ciarlatana e un’avventuriera adesso pare fuori di dubbio, ma che la sua dottrina “Occulta” conservasse aspetti “Tradizionali” autentici, mutuati da certe forme di gnosticismo orientale e da taluni aspetti pregnanti dell’Hinduismo ciò è altrettanto indubitabile. Per quanto invece riguarda la Letteratura Fantastica successiva, la sua influenza fu, a dir poco, enorme. Le sue meduse primigenie influenzarono sia gli organismi alieni della “Guerra dei Mondi” di Herbert George Wells, sia la “Great Race of Yith” di H.P.Lovecraft, passando per gli “Organismi Pre-umani” di Arthur Machen per citarne solo alcuni, ma è sulla Dottrina del “Piano Akashico” che bisognerà soffermarsi. L’idea di un mondo “Sottile e Archetipico” uguale al nostro nella forma, ma diverso nella sostanza proviene dallo gnosticismo persiano, che definiva tale “Piano” una vera e propria “Terra” a sé stante chiamata “Terra di Hurqaliya” o “Mondo delle Intelligenze Immaginali”, la cui visitazione sarebbe possibile solo durante particolari “Stati di Grazia” provenienti da una pratica di intensa concentrazione e meditazione. La Massoneria francese sette-ottocentesca doveva conoscere questo concetto in quanto ritroviamo visioni pressochè identiche nelle “Fils Du feu” di Gerard de Nerval. In una delle sue visioni poetiche più ispirate, Nerval si ritrova proiettato, dopo un’esperienza di “Sogno lucido” in una città arroccata abitata da venerandi Signori ammantati in vesti bianche e dotati di una dignità quieta e solenne dovuta a una saggezza ultraterrena, in tutto e per tutto simili sia ai “Santi Archetipi angelici” dello gnosticismo persiano, sia ai successivi “Superiori Sconosciuti” della Blavatsky. Forse fu per questo che Guènon si scagliò senza riserve contro le dottrine teosofiche, da lui considerate come “Anti-tradizionali” e “Anti-iniziatiche”, in quanto tolta l’ossessiva reiterazione di pratiche come il “Vagabondaggio astrale”, pratica che anche alcuni adepti della successiva “Golden Dawn” rigettarono in quanto statica e monotematica, non si spiegherebbe altrimenti la ragione per la quale Guènon si accanì con tanta acrimonia contro le dottrine dell’avventuriera russa. Dobbiamo invece pensare che alcuni elementi dottrinari fossero conosciuti universalmente dalla Massoneria europea e anche Russa, ma fossero dominio degli “Inner circles”, ovvero dei Gradi iniziatici più alti, e che la Blavatsky si sia resa appunto colpevole di aver rivelato pubblicamente tali contenuti “segreti”. Fatto sta che l’”Akashic Plane” ebbe una fortuna praticamente immediata all’interno degli ambienti femministi dell’epoca. Il motivo per il quale la segretaria personale della Blavatsky, Annie Besant, fu anche alla testa del movimento femminista, o Violet Mary Firth (in arte Dion Fortune) continuò a predicare la sua “Dimensione Magica” della Donna o l’attivissima Sylvia Townsend Warner non disgiunse mai la sua attività di scrittrice femminista dalle sue personali e elaborate teorie occultistiche, va forse ricercata all’interno di una lunga tradizione letteraria attraverso la quale la Donna-scrittrice giunse a ritrovare il suo “Spazio letterario e immaginifico” personale. Dal Castello come spazio chiuso e “Luogo del Rimosso” della Radcliffe, fino al Mondo fantasmatico come luogo del “Rimpianto Eterno” di Emili Bronte, la Letteratura Femminile anglosassone è andata coscientemente alla ricerca di un Mondo che fosse “Altro” rispetto a quello maschile e che conservasse appieno tutta la sua coerenza e la sua originalità e il caso volle che dovesse la ritrovarla immutata e perfettamente descritta nel sottile e umbratile “Akashic plane” della Blavatsky. Per capire meglio le connessioni e le sfumature sarà forse utile citare a esempio l’opera Fantastica della grande scrittrice, ancora a torto considerata “minore”, Sylvia Townsend Warner.


La Warner dovette combattere tutta la sua vita per affermarsi in quanto scrittrice, sia per difendere, di fronte a una società ancora fortemente intrisa di “Tabù” Vittoriani la sua relazione omosessuale con la poetessa Valentine Ackland, la sua compagna di sempre. Parte di questa sua lotta si riflette nel Romanzo “Lolly Willowes or the loving huntsman” (Lolly Willowes o l’amoroso cacciatore), definito unanimemente dalla critica come “Un Romanzo delizioso”. Vi si narrano le peripezie di una donna mite e intelligente, Laura Willowes (chiamata affettuosamente con il diminutivo Lolly dai suoi parenti), sradicata dalla sua casa avita, privata della sua rendita dai parenti più prossimi “per meglio salvaguardare i suoi interessi” e costretta a una esistenza anonima e poco gratificante, fin quando non decide di trasferirsi, da sola e con quanto rimane della sua rendita, in un paesino sperduto dell’Inghilterra rurale, trovato per caso con un atto di “Magia spontanea”. In quel villaggio Lolly farà conoscenza con una personalità affascinante e oscura, sempre e solo intravista fino alla fine, che si farà riconoscere come sua Maestà Lucifero in persona, nella sua versione “benevola” di pietoso cacciatore alla ricerca della sua bisognosa preda e, grazie a Lui, troverà quell’indipendenza di Vita e di pensiero della quale era disperatamente alla ricerca. La descrizione dell’ermetica comunità rurale con la quale Lolly entra inizialmente a contatto è particolare e degna di nota e andrà qui riportata parzialmente: “… Del resto Great Mop non era un Paese di gente socievole, almeno rispetto ai Paesi che Laura aveva conosciuto da bambina. Mai una visitina improvvisata, mai confidenze da una parte all’altra dello steccato, mai che qualcuno indugiasse nel negozi o davanti alla Chiesa. Era raro che dal Bar de “L’Agnello Pasquale” si sentissero delle risate. Un paio di volte Laura, passandoci di fronte, aveva guardato dentro e aveva visto i clienti seduti in silenzio, ciascuno con aria assorta davanti al suo boccale. Persino i campanari, terminata la loro esecuzione, si salutavano a malapena e se ne andavano in silenzio ognuno per la sua strada. Laura non aveva mai incontrato gente di campagna che si comportasse in quel modo, né aveva mai visto un paese che facesse tanto tardi la sera. Nelle case le luci restavano accese fino all’una o alle due di notte, e a volte le era capitato di venir svegliata anche più tardi dalle voci che risuonavano sotto la sua stanza…” Si scoprirà poi che la ragione del riserbo sta nel fatto che Lolly ancora non è stata “iniziata”, ma nel riserbo dei paesani è possibile scorgere ben più di un’eco alla silenziosa attività dei tranquilli vegliardi di Gerard de Nerval. Il fatto poi che gran parte delle attività dei paesani sia di tipo notturno trova riscontro sempre nella versione di Nerval, solo che lì si trattava di un Crepuscolo, condizione “umbratile” e liminare necessaria alla visione mistica, mentre nella Warner il “Notturno” assume più chiaramente una valenza antitetica rispetto alla polarità “Solare-maschile”. Il pesino di Great Mop si rivela ovviamente per essere abitato da una conventicola di Streghe e Stregoni di un tipo molto particolare, ma per la protagonista assume direttamente l’aspetto di un Paradiso Terrestre “al femminile”, dove è possibile riconoscere addirittura una figura che ricorda molto l’ “Adam Qadmon” (“Adamo originario” in linguaggio cabalistico) nel personaggio di Mister Saunter: “Tornando a casa, Laura si era domandata a che animale somigliasse Mr Saunter. Alla fine aveva deciso che non somigliava a nient’altro che a un uomo. Fino a quel momento aveva rifiutato il detto che l’uomo è l’opera più nobile della natura, ma la mezz’ora passata con Mr Saunter le aveva dimostrato che era veritiero. Così doveva essere apparso l’opera più nobile della natura Adamo, quando camminava tra gli animali, unico guardiano del giardino, integro, con tutte le sue costole e il suo equilibrio non ancora turbato da Eva. Laura aveva frainteso quel detto solo perchè non le era mai capitato di inacontrare un uomo. Forse, come le altre opere nobili, l’uomo è una raità. Forse ce n’è solo uno per volta: prima Adamo, adesso Mr Saunter. Se le cose stavano così, era stata fortunata a incontrarlo. Anche quello era un risultato del suo trasferimento a Great Mop”. Mr Saunter come Adamo dunque, figura nobile di uomo al quale nulla appartiene, a differenza del nipote di Lolly, che sotto la sua apparente amichevolezza (è stato l’unico a difendere le scelte della Zia contro la sua stessa Famiglia) concepisce il luogo come un “possesso”: “Vorrei poterle accarezzare, e seguì con la mano il profilo rotondo delle colline inciso da rotondi boschi di faggi. A queste parole Laura si sentì percorrere da un brivido freddo, e distolse lo sguardo dal paesaggio che amava così gelosamente. Titus non avrebbe mai potuto parlare in quel modo se non lo avesse amato a sua volta; ma per quanto potesse amarlo con tutto il profondo amore dei Willowes per gli spettacoli e gli odori della campagna, per quanto non avesse mai amato in modo così intimo e sobrio, quel suo amore non poteva che farle orrore. Apparteneva a un’altra specie: era rassicurante, maneggevole, era un appetito ragionevole e positivo; un amore possessivo e mascolino. Il fatto che lui potesse amare quei posti così bene ed esprimere il suo sentimento con tanta facilità quasi la estraniava da Great Mop. Titus amava la campagna come se fosse un corpo ...”. Naturalmente il Diavolo ci metterà lo zampino, per così dire, contribuendo a che Titus si innamori e se ne vada finalmente da Great Mop. Risulta peraltro interessante leggere il discorso finale che fa sua Maestà Lucifero, quando alla fine, rivelatosi a Lolly sotto le spoglie di un “innocuo” giardiniere e incarnando così la sua antica figura di “Serpente” dell’Eden viene da questa interrogato, chiarificando così al lettore cosa voglia dire essere Satana.


Si comincia con una interessante riflessione di Lolly su cosa sia invece una vera strega: “Non si diventa streghe per fare del male a questo o a quello, e nemmeno per fargli del bene come dame di carità a cavallo di una scopa. E’ proprio per sfuggire a tutto questo ... per avere una vita propria e non un’esistenza elemosinata dagli altri: scarti caritatevoli dei pensieri altrui, tanti grammi di pane di vita rafferma al giorno – il vitto quotidiano del pio albergo è scientificamente calibrato in modo da garantire la sopravvivenza. Quanto alle streghe che sanno esprimersi solo per mezzo di spilloni e talami isteriliti, sono la conseguenza delle vite deprimenti che hanno avuto. Pensa a Miss Carloe! La tipica strega, direbbe la gente. In verità è la tipica zitella tanto a posto che si è logorata a furia di rendersi utilea chi non aveva bisogno di lei. Se te la fossi presa quando era più giovane, non si sarebbe mai ridotta così”. Discorso irreprensibile, ma sua Satanica maestà vi riconosce, con saggezza “infernale” direbbe Blake, solo una sorta di larvata “Captatio Benevolentiae” da neo-adepta che sottende alle universali leggi dell’attrazione e del desiderio e si limita benevolmente a rispondere: “...Non cercare di avermi per te Laura. Tu non sei la mia unica conquista, e io non sono un padrone umano che fa favoritismi tra i suoi servitori. Siete tutte anime che cadono nella mia rete, nient’altro”. In questa salomonica massima, il Diavolo della Warner si rivela coevo al Satana che compare in un’altro romanzo inglese del ‘900, dal titolo: “Monk’s Magic” scritto dal fantomatico Alexander de Comeau, “nome de plume” che sicuramente cela l’identità di qualche scrittore iniziato alla Massoneria e di cui ancora non si conosce nessun dato biografico rilevante. Il Diavolo di Comeau è anch’egli un Signore lungimirante e accorto che si chiama fuori dal delirio superstizioso nel quale da secoli è stato a torto coinvolto e si attiene a sani principi basati sulla razionalità e sul buonsenso, figura diabolica che si richiama a tutta quella letteratura tardo-ottocentesca che parte dalla “Rèvolte des Anges” di Anatole France, passando per l’”Inno a Satana” di Carducci e sfociando nelle decadenti “Litaniès de Satan” di Baudelaire. E’ interessante anche rilevare come questa figura del satana affascinante, razionale e progressista si trasformi e acquisti una fortuna pressochè immensa all’interno della letteratura fantastica femminile fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Il Great Mop della Warner è un prototipo di “Secondary World” con i suoi ritmi e le sue corrispondenze occulte, ma è nella sua serie incentrata sul Mondo Feèrico delle Fate e degli Elfi che il concetto si sviluppa e assume punte di vero e proprio virtuosismo. Le Fate della Warner vivono in innumerevoli Reami Occulti dai nomi evocativi di “Elfhame”, “Zuy” e “Walsham Borealis”, sono governati sempre da una Regina (società matriarcale) e non sono immortali, solo più longevi. Possono rendersi invisibili e tutti più o meno volano, ma in generali i Nobili delle Fate non lo fanno in quanto considerano “volgare” volare e sono composti da una sostanza più “sottile” della nostra, motivo per il quale i bimbi umani “scambiati” dalle Fate (“Changelings”), devono subire un’affascinante cerimonia di “trasformazione”: “Elfhame è pagano, quindi non pratica il battesimo. Tuttavia quando vi viene portato un bambino umano, si tiene una settimana di cerimonie e tutti i giorni una donnola affamata morde il collo al bambino, in modo da berne il sangue per tre minuti. La quantità di sangue bevuta da ogni donnola, che viene pesata prima e dopo, viene sostituita con una quantità equivalente di un distillato di rugiada, fuliggine e aconito. La trasfusione di icore non annulla la natura umana, - giacchè il distillato è soltanto un’approssimazione del sangue elfico, il quale contiene alcuni componenti impossibili da analizzare, inclusa, come si ritiene, l’aria magnetica, - nondimeno assicura una longevità considerevole, di solito fino a centocinquant’anni. Nel corso di quei sette giorni è possibile che il neonato soffra di gravi coliche, ma è raro che muoia”.


Pare di leggere le indicazioni fornite da Paracelso sulla natura degli spiriti elementali in quella “aria magnetica”, o ancora i complessi preparativi che precedono l’esperimento di “Vagabondaggio astrale”, esperimenti tesi a “spiritualizzare” il più possibile ma materia “pesante” e il “gravame” delle sensazioni umani troppo pesante e massiccio per il Mondo “Altro”. Ma ciò che è più curioso notare in queste storie (circondate da una crepuscolare, a volte crudele bellezza) è che gli Elfi della Warner non hanno niente in comune con quelli di Tolkien, nessun atto cosmogonico sottende alla loro realtà, nessun “Fine” teleologico superiore. Le vicende elfiche toccano gli estremi della commedia e della tragedia e la Warner si compiace di narrare dei loro amori, delle loro piccole vendette e delle loro bizzarrie con un animo scevro da qualsivoglia tentativo di inquadrare la loro esistenza in un “Piano Divino”, l’unico rispetto per la figura tradizionale delle Fate si nota nella loro natura di “Esseri a mezzo”, semi-divinità che alla caduta di Lucifero non si schierarono nè con gli Angeli fedeli nè con i Demoni, auto-relegandosi in una dimensione “sottile” e crepuscolare, che si può interpretare anche come un larvato riferimento alla condizione della Donna inglese nella società Vittoriana. L’eredità della Warner passa in America quasi nella sua interezza e lo fa attraverso l’opera di alcune scrittrici del Fantastico “Femminista” con premesse e conseguenze leggermente diverse, certo e sopratutto dovute all’inevitabile cambio epocale, ma sostanzialmente invariate nella forma e nelle suggestioni da “Elsewhere”. Uno fra tutti citeremo alguni passi da “Beginning place” (tradotto in italiano con “La Soglia”) della geniale scrittrice Ursula K. Le Guin, protagonista di una “renovatio” del genere Fantasy e fantascientifico operata con raro acume e sensibilità a cavallo del periodo ’80-’90. Anche in questo caso si narra una storia di repressione e liberazione attraverso la meraviglia e il sacrificio, partendo da una trascorsa condizione di insoddisfazione. E’ la storia di due giovani disadattati, Hugh e Irene, che magicamente accedono a un Altro Mondo dove il tempo pare sospeso, (condizione imprescindibile per un Elseworld), un mondo di pace crepuscolare e armonia, dotato di tutte le caratteristiche dell’”Elfhame” della Warner. Ma ben presto una minaccia oscura (l’unico omaggio fatto a Tolkien) si affaccia a turbare la felicità di questo Mondo e i due giovani si ritroveranno a dover lottare per ciò che per loro conta davvero.


Quando Hugh trova per la prima volta l’accesso al “Secondary World” ritroviamo immutati gli accenti di meraviglia che abbiamo letto in “Lolly Willowes” durante i primi giorni di Laura a Great Mop: “L’odore familiare al quale non sapeva dare un nome era divenuto più intenso , e la sua mano l’aveva assorbito ...menta, ecco cos’era. Il tratto d’erba, sull’orlo dell’acqua, dove lui aveva appoggiato le mani, doveva essere menta selvatica. Staccò una foglia e la fiutò, poi l’addentò, immaginando che fosse dolce come una caramella alla menta. Era pungente, un pò pelosa, fredda e carica del sapore della terra. E’ un bel posto, pensò Hugh. E ci sono arrivato. Finalmente sono arrivato in qualche posto. Ce l’ho fatta”. Quando invece Irene scopre per casualità che qualcun’altro, uno sconosciuto (Hugh)ha trovato l’accesso e sopratutto che questo qualcuno è un uomo addormentato ignaro in un sacco a pelo, leggiamo nel suo sconforto e disappunto gli stessi pensieri di Lolly sull’equivoco amore di Titus per le colline, con accenti che raggiungono quasi l’aperto disgusto: “...e mentre vedeva la cosa mostruosa, comprese che cos’era, e scorse un sacco a pelo marrone, qualcuno in un sacco a pelo sull’erba, accanto ai cespugli. Ma la scossa era stata così violentache lei si lasciò cadere accosciata, donsolandosi leggermente, fino a quando riprese il fiato e il biancore abbandonò i limiti della sua visuale. Poi, cautamente, si alzò di nuovo e scrutò attraverso l’orlo erboso del greto. Poteva dire soltanto che il sacco a pelo era immobile. Se avesse mosso un altro passo, in quel punto, avrebbe calpestato la sabbia soffice e vi avrebbe lasciato un’orma. Si ritrasse sulla pietra sporgente, poi passò sull’erba, e girò dietro gli arbusti di Sambuco fino a quando potè vedere chiaramente l’intruso. Una bianca faccia pesante, resa inespressiva dal sonno, la bocca semiaperta, i capelli chiari indisordine, il lungo rilievo del sacco a pelo che sembrava un sacco di rifiuti, come sterco di cane sul suolo del suo luogo amatissimo, il terreno che lei aveva baciato, il suo paese” ... Irene conosce quel luogo, Tembreabrezi, già da prima di Hugh e nutre un’attrazione per il sindaco di questa Città “sottile” che molto ricorda quella di Nerval, attrazione rileviamo che molto somiglia a quella esrcitata dall’amoroso cacciatore su Lolly: “...Se almeno avesse potuto comprenderlo meglio! Doveva prendere sul serio ciò che diceva semi-beffardamente a proposito delle domande e delle risposte: Lui, e lei, e tutti quanti, lì, erano soggetti alle leggi del Luogo (n.d.c. come gi abitanti di Great Mop sono soggetti alle “Leggi” del Sabba), leggi assolute come la legge di gravità, altrettanto difficili da eludere, altrettanto difficili da spiegare. Le aveva detto, se pure Irene aveva ben compreso, che nessuno degli abitanti poteva lasciare la città: una legge o un potere lo impediva. Ma era possibile che lei, dato che poteva venire a Tembreabrezi, fosse anche in grado di lasciarla. O forse aveva inteso dire che, poichè proveniva dall’esterno di quella terra, era esente dalle sue leggi e non era tenuta a obbedire? Era questo che aveva inteso? Ma lei gli avrebbe obbedito. Lui era la sua legge. Se avesse potuto accontentarlo; se avesse scoperto ciò che voleva! Se lui avesse chiesto, in modo che lei potesse dare ...”. Naturalmente il Sindaco di Tembreabrezi si rivelerà un elemento chiave perchè Irene comprenda e sè stessa e il ruolo che Hugh deve esercitare insieme a lei per la salvezza dell’ “Elsewhere”, esattamente come L’amoroso Cacciatore di Lolly. Abbiamo citato un Opera (fra le tante bellissime) di Ursula K. Le Guin, ma avremmo potuto indicare come seguitrici ideali di questo filone molte altre ottime scrittrici statunitensi della stessa generazione della Le Guin quali; Tanith Lee (alla quale ho dedicato un altro articolo), Marion Zimmer Bradley, Chelsea Quinn Yarbro, Janet Cheryl, tutte scrittrici impegnate a trovare un ruolo al femminismo nella dialettica del “Secondary World” e tutte autrici di altissimo livello. Mi auguro che questo breve intervento (molto altro ci sarebbe da scrivere) avrà in futuro per lo meno il merito di stimolare la ricerca e la critica letteraria su questo filone “umbratile” della Fantasy al femminile che è ancora estremamente bisognoso di venire compiutamente e esaustivamente illuminato.

Mariano D’Anza

Bibliografia:
Sylvia Townsend Warner: “Lolly Willowes o L’Amoroso Cacciatore” Adelphi 1990
Sylvia Townsend Warner: “Reami degli Elfi” Tre Editori 2006
Ursula K Le guin: “La Soglia” Editrice Nord 1981
Renè Guènon: “L’Errore dello Spiritismo” Luni 1991
Helena Petrovna Blavatsky “La Dottrina segreta” Ed. Teosofiche italiane 2003 (oppure consultare la versione online in pdf)

2 commenti:

  1. Se c'è un opera letteraria che compenetra esoterismo e figure femminili, questa è sicuramente "identità perduta", il romanzo scritto da Michele Allegri, già saggista di fama e commentatore televisivo...un vero ritorno alle origini del paganesimo, quando la Grande Madre era l'unica divinità alla quale, nel romanzo, sono devoti i membri della Società degli Angeli, un'organizzazioni segretissima che si muove discretamente nelle stanze del la Storia..

    Stella Maris

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  2. il Kali Yuga non è "lo Yuga della Dea Kali", come è erroneamente scritto in questo articolo. Tale equivoco è ancora fin troppo diffuso. Per approfondire clicca qui: http://politicainrete.it/forum/religioni-filosofia-e-spiritualita/filosofie-e-religioni-doriente/37181-kali-e-kali-yuga.html

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