Melek Ta'us

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mercoledì 12 ottobre 2011

I tre moschettieri e il Dio delle streghe (parte seconda)

Il precursore: Arthur Machen


“Vi sono scrittori non profani di cui si dovrebbe scrivere in termini non profani” , scriveva Giuseppe Lippi di Arthur Machen nell’introduzione al “Gran Dio Pan”, antologia di racconti pubblicata in Italia nel 1982. Robert Kirk si cimentò nell’impresa di affrontare la materia popolare guidato dalla sua incrollabile fede nei testi Sacri e lo scrittore di cui qui si tratta non gli fu da meno. Machen nacque in una regione come il Galles da sempre ricca di tradizioni e leggende popolari sul “Popolo nascosto” ed apparve chiaro fin dal principio che questo uomo di lettere, trasognato e con evidenti tendenze mistiche era nato in un’epoca che non gli apparteneva, fatto che ribadì in più di un’occasione contravvenendo così al rigido precetto morale di Soren Kierkegaard. Fedele partigiano del “Cristianesimo celta” (precedente allo scisma anglicano ed ancor più precedente a quello avvenuto fra il monachesimo “irlandese” e il Cattolicesimo romano) si identificò con la figura di un cavaliere crociato fin dall’adolescenza, narrata in toni drammatici nel suo scritto semi-autobiografico “The secret Glory”. Lungi dal dimenticare tale espediente adolescenziale, sortito da una sensibilità fantastica sofisticatissima, e costretto a convivere con la laida prosaicità esibita dai rampolli della società “bene” inglese del tempo, Machen la mantenne fino alla morte, trasformandola col tempo in una rigida disciplina militare ed esistenziale che chiamava in causa i neo-platonici ed i gradi della trasformazione alchemica. Lo scrittore gallese era un nemico acerrimo della cosiddetta “Modernità” che l’Inghilterra del tempo esibiva sotto forma di un acceleratissimo progresso industriale e commerciale e visse per sempre in una “ancestralità” che spaventa a tutt’oggi per completezza d’insieme e coerenza di contenuti. La visione del mondo di Machen, come già rilevò Robert M. Price nella sua introduzione al lovecraftiano “Ciclo di Dunwich”, potrebbe riassumersi in una concezione plotiniana dell’Universo. Price è curatore, negli Stati Uniti, di diverse antologie incentrate sul micro- Universo dei miti Cthulhu di H.P. Lovecraft, nonché membro della Chiesa episcopalista e professore di Storia delle Religioni. Il critico e docente statunitense ha avuto l’innegabile merito di cercare un retroterra religioso e filosofico all’opera degli autori di Letteratura fantastica che hanno ispirato o seguito il maestro di Providence. Si legge nelle “Enneadas” di Plotino che l’ordine governante l’Universo è stato tratto dal Caos indifferenziato dalla mano del Demiurgo o Creatore, il quale pose anche un veto alla creazione di là da venire, un tabù che concerneva la “Regressio”, ovvero il voler esplorare e conoscere l’abisso indifferenziato del Caos antecedente al Mondo. La Magia o le “Scienze Occulte” venivano considerate da Plotino come una “contro-scienza” o scienza “retroattiva”, ovvero un regresso demoniaco al mondo mutevole del Caos, laddove si mescolano anarchicamente i principi, i generi, le differenze fra i sessi e le misure, la vera “pietra miliare” dell’ordine costituito. A questa visione del mondo Machen aggiunse alcune speculazioni della scuola di Chartres, in particolare di Bernardo Silvestre, suggeriamo noi.

La scuola di Chartres  influenzò a suo tempo anche il monachesimo celta, ed in particolare nei poemi di Bernardo Silvestre, suo illustro appartenente, si trovano speculazioni che associano simbolicamente il Caos al rigoglio di forme della Selva (in greco “Hyle” da cui l’aggettivo “ilico”, utilizzato anche da Paracelso per definire certi umori corporei particolarmente nocivi) e che temperavano, in certa misura, le concezioni “puritane” di Plotino. Machen era infatti innamorato dei suoi boschi gallesi e del loro anarchico rigoglio di forme che paiono suggerire continuamente presenze ultraterrene, ma se Kirk situava la variopinta genìa delle Fate in un mondo “liminare”, a metà tra l’assoluta purezza dei Reami angelici e il terrificante baratro degli inferni biblici, Machen non ha nessun dubbio nel relegare queste creature nell’Abisso. La storia del “piccolo Popolo” si iscrive per lui nel sangue e nel terrore (la vera e autentica essenza delle fiabe, per Kafka) ed affonda le proprie radici in un territorio che sta ai margini della storia ufficiale. Nella “Storia del sigillo nero”, contenuta nei “Tre impostori”, si trovano accenni a un popolo misterioso all’interno di un oscuro passo del geografo latino Pomponio Mela, ove si parla appunto di genti mostruose che vivono nei deserti della Siria e che adorerebbero una strana pietra solcata da glifi che non assomigliano a nessuna scrittura conosciuta. Nel racconto si trova ben più di una accenno a quella contro-scienza che costituirebbe il marchio delle presenze caotiche, quella mutazione dell’umano nell’indifferenziato, il germe dell’oscurità che dorme latente in ognuno di noi e che una sapienza demoniaca è in grado di ridestare, come testimonia l’orrenda metamorfosi subita da un povero idiota di campagna la cui madre fu rapita un tempo dal “piccolo Popolo”. E’ un tema che ricorre anche in “The great God Pan”, nonché nel racconto “The White Powder”, tema che Lovecraft riproporrà pressochè immutato sia in “The Dunwich Horror”, sia in “The Shadow over Innsmouth”. Ma è quando lo scrittore gallese ricostruisce intorno al “Popolo nascosto” un passato archeologico che ci interessa di più. In “The shining Pyramid”, un discreto gentiluomo londinese con il pallino dell’archeologia è chiamato a risolvere un caso di particolare complessità. Un suo collega e sodale ritiratosi a vivere nella campagna gallese, rinviene alcuni simboli oscuri, a forma di freccia, nelle vicinanze della sua avita magione. Inizialmente i due gentiluomini pensano a uno scherzo ordito dai bambini del luogo, ma devono ben presto ricredersi. Il gentiluomo londinese riesce alfine a collegare la strana scomparsa di una fanciulla del luogo alla presenza dei segni, scoprendo alla base dei ritrovamenti la presunta esistenza di un orrendo festival che dovrebbe tenersi nelle campagne dei dintorni, all’interno di una vallata particolarmente isolata. Seguendo la traccia, i due assistono ad un orrendo rituale tenuto da esponenti di una razza di nani appartenenti all’età neolitica (suggerita da ritrovamenti di punte di freccia in selce accanto ai glifi nel giardino) i quali perpetuano la loro razza in estinzione accoppiandosi con fanciulle rapite nelle campagne.

La posizione di Machen è cristallina; il Male non è un concetto teologico, ma una realtà tangibile nonché altrettanto storica quanto l’esistenza di Gesù Cristo. Per essere storica deve aver posseduto un passato benchè oscuro, passato che le forze malefiche hanno disseminato di indizi concreti sulla propria esistenza, da qui l’espediente del “Lapis Hexecontalitho”, ovvero la “Pietra ottanta” di cui fittiziamente parla Pomponio Mela e che l’orrenda razza delle Fate adora, o le punte di freccia che i due terrorizzati gentiluomini rinvengono all’interno di un insospettabile giardino “Cockney”.  Come un ispirato monaco medievale, Machen intesse la sua oscura trama simbolica allo scopo di dimostrare un assunto che è quasi dogmatico e lo fa attraverso le parole di personaggi come il mistico Ambrose di “The white Creatures”, il quale ad un esterrefatto visitatore recita: “Esistono sacramenti del Male tanto quanto esistono sacramenti del Bene”. Il Cristo coniugava il soprannaturale alla storia, dunque il Male avrà una “storia” come noi la necessitiamo ed avrà anche una soprannaturale “degradato” in Magia, secondo la concezione degli esegeti medievali. Così Come il Cristo ha perpetuato la propria esistenza nelle parole degli apostoli, anche il Male ha perpetuato la propria attraverso riti, simboli, figure, armamentario di stregoni e fattucchiere o di popolazioni intere, “tribù dell’aria” come le definiva il Kirk. “The white Creatures” è un assoluto capolavoro scritto allo scopo di illustrare un concetto che gli stessi Santi medievali avrebbero evitato di affrontare; se esiste una purezza del Bene DEVE esistere anche una purezza del Male. “The white Creatures” è la storia dell’iniziazione di una bambina al Male, attraverso giochi, filastrocche e racconti di Fate narrate dalla bambinaia. E’ il racconto di Machen più riuscito sulle Fate anche perché riesce a mescolarvi abilmente sia l’aspetto archeologico che quello “Occulto”. Le bianche e diafane creature che la bambina avvista in più di un’occasione paiono quegli spiriti aerei di cui parlava Kirk nel suo trattato, ma i riti e le cerimonie alle quali la bambinaia inizia la sua giovane pupilla rivelano significati inquietanti, che nomi fiabeschi come “Giochi Mao”, “Cerimonie Voolas” o “lettere Aklo” riescono a malapena a dissimulare. “In un certo posto sorgeva una fossa profonda …” così comincia una delle fiabe “iniziatiche” che racconta la bambinaia, storie che celano significati occulti e inquietanti, come quei libri “complessi come trattati rosacruciani” di cui parla Kirk. Principesse che uccidono i loro pretendenti con la magia, viaggiatori solitari che incappano in sabba sulle colline, donne alle quali misteriose creature celate in forre profonde regalano la capacità di tramutare sterpi e fili d’erba in gioielli e monili, di questo parla la balia, spiegando cose terribili con il linguaggio che una bambina può comprendere. Si narra anche di una cerimonia terribile chiamata “Shib show”, rito agghiacciante che pare collegare il piccolo popolo ai serpenti. La Principessa della fiaba si sdraia in una radura della foresta e lascia che i serpenti ricoprano interamente il suo corpo nudo, quando lo abbandonano lasciano sul petto della fanciulla una pietra iridescente dai grandi poteri, pietra grazie alla quale la Principessa può comandare agli elementi e piegare la realtà ai suoi voleri. Tutto il gioco letterario di Machen sta nel lasciar trapelare una verità spaventosa sotto le parole innocenti dell’infanzia, una verità “storica”. Nel “Sigillo nero”, lo pseudo-Pomponio Mela afferma che le “Genti nascoste” parlano tra loro con versi che assomigliano ai sibili di un serpente, Vaughan ode fruscii rettiloidi mentre assiste alla disgustosa cerimonia descritta in “The shining Pyramid”, mentre l’orrore dello “Shib show” non abbisogna di ulteriori suggerimenti sonori per fare il suo effetto. Il “Piccolo popolo” è latore di uno spaventoso segreto e di poteri ancor più agghiaccianti, poteri di cui congreghe di stregoni, sia maschi che femmine, sono a conoscenza da millenni. In Machen appare già l’idea di una società organizzata ed occulta che pratica una forma di magia ancestrale e proibita. Nell’uomo nero che segue la balia e la bambina mentre si addentrano nel bosco è possibile riconoscere il “Maestro di cerimonie” la testimonianza della cui esistenza gli inquisitori cercavano di strappare a forza di torture da sedicenti streghe e stregoni, mentre “The white Creatures” termina con il ritrovamento di una statuetta fallica di origine romana rappresentante appunto un uomo. Si ricava da questo e da altri indizi, un affresco nel quale le cerimonie pagane erano ben lungi dall’essere scomparse per via dell’inquisizione. Queste cerimonie non erano per Machen solo un mero fatto culturale da abbandonare alle tenebre della storia, ma veri e propri riti tramandati a tutt’oggi da comunità isolate e discrete. Queste comunità non sarebbero composte da bizzarri ed eccentrici campagnoli inglesi col pallino del “revival celtico-romano”, ma costituirebbero un clero ben organizzato teso alla continua pratica dei “Sacramenti del Male”, in contatto con creature ancor più antiche e dotate di oscuri poteri. Tralasciando l’enorme impatto che tale concezione ha avuto nella letteratura statunitense “pulp” successiva, ci limitiamo a segnalare che R.E.Howard, il creatore di Conan, insisterà proprio sull’aspetto rettiloide del Piccolo popolo, continuando sulla scia già trattata da Machen, in racconti di grande effetto, mentre la Murray trarrà, da quella che era nelle sue origini, null’altro che una fiaba allegorica sulla natura del Male, una teoria antropologica fondata e coerente, ulteriore riprove del fatto che, ben spesso, la realtà supera la fantasia, come vedremo più avanti. 

(vedere sotto per la prima parte...)

Mariano D’Anza

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