Melek Ta'us

Melek Ta'us

lunedì 15 novembre 2010

L'Orco

Racconto della serie: "brutti sporchi e (quasi) cattivi" ancora ala ricerca di possibile impiego [sic], piacerà ... non piacerà ...


L’Orco


Mi stancai dell’Edicola.
Voglio dire, per me era la condizione ideale di vita, senza tanti giri di parole. Avevo già provato con l’Università, facoltà di Belle Arti, mio padre (pace all’anima sua) diceva che tanto non avrei combinato nulla, Lui lo sapeva, io lo sapevo, ma valeva la pena tentare non credete? Seguii i primi corsi, poi scoprii le droghe, prima leggere e poi pesanti. Bel giro quello. Beh terminò che appena tornammo da una festa qualcuno fece l’infame, ci pizzicarono con un bel po’ di bamba e ci portarono al commissariato, mi chiesero dei nomi e glieli detti, tanto che cazzo me ne fregava, e finì lì. Cominciai a lavorare con lui all’edicola, mi facevo due balle come un magazzino, ma quattro lire ce l’avevo sempre per i miei vizietti e il Vecchio si agitava solo quando arrivavo al lavoro in ritardo e strafatto, ma lo feci solo due volte perché dopo cominciò a invecchiare sul serio (capita a tutti prima o poi) e poi cominciò a venire sempre più di rado. A quel punto dovevo occuparmi io di tutto: ordini, consegne  e via discorrendo. Mi ordinai una bella collezione porno e ampliai la clientela, anche perché in una cittadina della Provincia del cazzo come questa la gente che vuoi vada cercando? Ma il Vecchio non me l’ha mai perdonato, continuava a blaterare cose sul buon nome, i bambini e altre belle stronzate, era inutile dirgli che persino i bambini si stancavano di topolino prima o poi e che tanti dei pensionati e dei banchieri che facevano “la buona clientela” si compravano quella roba, avevi voglia a ripeterglielo, cominciava a offendermi e non la finiva più. Allora mi ci divertivo a vederlo sbavare di rabbia e di rancore, il Vecchio (pace all’anima sua), ma adesso un po’ me ne pento. Poi tutt’a un tratto un bel giorno, dopo l’ennesima incazzatura, tirò le cuoia, arresto cardiaco, gliel’avevo detto e ripetuto di farla finita di fumare, ma niente da fare. Il funerale mi costò un’Ira di Dio, ma ci stetti dentro, anche grazie ai soldi che mi lasciò il Vecchio. Ci rimasi un po’ male i primi mesi, perché non è bello vivere da soli, almeno fino a quel giorno.
 Quando entrò Ronnie, seppi da subito che le cose avrebbero preso una piega imprevista. Ronnie è un tizio alto come un giocatore di basket e con la stazza di un armadio, oltre a un bel po’ di precedenti.  Di solito quando andavamo in giro per Rave massacrava sempre qualcuno di botte, bastava veramente poco. Lo avevo perso di vista da quando si era messo a fare il cameriere ed era passato all’alcol, ma si vedeva bene quel giorno che il compare si metteva anche qualcos’altro perché aveva una faccia gonfia da far paura. “Che mi racconti Ronnie?” lo salutai, perchè con Ronnie è sempre meglio cominciare tranquilli. Mi sfoggiò un sorriso giallo a 28 denti (gli altri quattro li ha persi a 25 anni in una rissa) e mi disse: “Da dio, la Vecchia ha finalmente deciso di andare a vivere nell’altra casa” e meno male, pensai io, dev’essere una bella botta ragionare con Ronnie quando torna a casa ubriaco come una pigna” e guarda un po’ chi vive adesso con me?”.
 Ricordo che pure allora non mi fece una grande impressione.
Si vestiva come una di queste emo del cazzo, aveva il labbro inferiore e l’orecchia destra zeppa di piercing e il vestito era una festa di catene, borchie e pizzi neri da quattro soldi, ma aveva uno sguardo bello e luminoso , alla Paolo Uccello, pensai scavando dentro i miei confusi ricordi di Università e quando mi disse il suo nome (Silvia) mi parve di cogliere qualcosa di occulto, un brillio strano. Ronnie mi disse qualche altra stronzata sulla Vecchia e su quanto le facesse bene vivere un po’ fuori città, ma io non lo ascoltavo più, guardavo lei  con la coda dell’occhio per non essere visto perché l’ho già detto che con Ronnie è bene andarci tranquilli, ma tutte le volte coglievo di riflesso il suo sguardo di sghimbescio, quello sguardo luminoso. Poi Ronnie, si mise a scartabellare i DVD omaggio di qualche rivista stramba e per la prima volta ci guardammo, un lungo minuto o due, e capimmo. Da quella volta ci rivedemmo spesso fra un turno al ristorante di Ronnie e una sbronza delle sue, che finisce sempre a dormire da qualche parte senza nemmeno sapere più come si chiama. Certo non si può dire a tutt’ora che sia una tipa di “quelle che sbranano”  è troppo magra e c’ha le tette un po’ cascanti, ma è comunque una donna  che diamine! Poi Ronnie cominciò ad essere di troppo, non per me che sono sempre stato del parere che gli amici si devono dividere tutto, ma per lei. Me lo disse durante una nottata particolarmente agitata, ma non mi piace mettere le cose troppo semplici, non mi è mai piaciuto. Le dissi che non ci pensavo nemmeno a mettermi con uno come Ronnie, che è un carro armato in azione quando è tranquillo, figuriamoci se ha bevuto, e che quindi o lo mollava lei o nemmeno a parlarne. Ma pure lei ci aveva una bella strizza di pigliare una ripassata di quelle buone, perché a Ronnie quando gli girano, frega poco se sei maschietto o femminuccia, così ideammo il piano. Mi misi d’accordo con un maresciallo dei carabinieri che conosco, e che mi doveva dei favori.
Il piano richiedeva che la notte seguente il mio compare delle Forze dell’ordine si appostasse sotto casa di Ronnie con una volante e un paio di ragazzi di quelli belli piazzati, dal momento che gliel’avevo detto che Ronnie era un osso duro da rodere, ma per nostra sfortuna il tizio era tornato dal ristorante bevuto, fatto che tende ad eccitarlo. Silvia lo fece incazzare di brutto e siccome so che quando ti vuole far perdere la crisma ci riesce davvero bene, finì che il Ronnie gliene dette una che quasi gli staccava la testa dal collo, lei si mise a gridare e il mio socio cominciò la sua parte. Avvertì una ambulanza e salì con i ragazzi e un dottore, perché è sempre meglio affidarsi alla scienza in casi come questo, esordì dicendo che aveva sentito delle grida e si fece aprire la porta. Quando il Ronnie si trovò davanti le divise  si rilassò un poco, fatto che mise il mio socio a suo agio. Il dottore disse che doveva fare degli accertamenti prima su Silvia, che c’aveva un occhio come una patata di vari mesi e poi su di lui per verificare le condizioni fisiche per il verbale e il Ronnie si fece avvicinare di buon grado. Ma a due centimetri dall’ etilometro si alzò dalla sedia con la velocità di un serpente e al dottore gli dette una tale sgomitata da sclavicolarlo, poi, con il tizio a terra e senza fiato dal dolore, nonchè sotto gli occhi sbigottiti del mio socio e dei ragazzi, spense l’interruttore del salotto e cominciò la festa. Io che ero di sotto in strada e sentivo le grida non sapevo che pesci pigliare, fortuna che era arrivata l’ambulanza nel frattempo, così dissi ai tizi di salire immediatamente prima che le cose si mettessero male per davvero e i tizi, spaventati ma risoluti, salirono. L’unico inconveniente fu che invece di una sola barella, come era nei piani, ne vidi uscire almeno tre, fra le quali quella destinata al mio socio, che era conciato davvero male, mentre fra i ragazzi, quello ridotto meglio c’aveva un ematoma in fronte da far paura. Quando poi passai in caserma a ringraziare, dopo almeno una settimana che Silvia già viveva con me, il mio socio mi accolse con una faccia tipo quelle da carnevale, dato che gli mancavano due denti e la mandibola non si era ancora rimessa a posto, e mi disse che per portar via il Ronnie quella sera, avevano dovuto addormentarlo con una siringa tipo Frankenstein junior, ma che non dovevo preoccuparmi perché una volta ripresosi , lo avevano portato in caserma, legato a una sedia e sottoposto a un “trattamento” di due giorni, dopo il quale gli sarebbe passata per sempre la voglia di fare il rissaiolo, che ormai c’aveva sulla testa più denunce che capelli, che non dovevo preoccuparmi e che adesso stavamo in pace anzi che forse, vista la faccenda, gliene dovevo io una. “Ci mancherebbe altro” pensai io, peccato per il povero Ronnie, ma quando le donne si mettono di mezzo …
Così cominciò la nostra fantastica vita insieme , vita nuova, cose nuove e l’edicola cominciò a starmi stretta. Ero un po’ stanco di avere sempre a che fare con banchieri del cavolo la mattina, mocciosi di merda all’ora di pranzo e maniaci pederasti alla sera, così ne parlai a Silvia e lei mi dette ragione. Durante quel glorioso periodo lei lavorava come commessa alla Upim e le cape la costrinsero a togliersi perlomeno i piercing sul labbro, così lei si era fatta impiantare una bella borchia sulla lingua, citando la frase di Pulp fiction “stimola la fellatio” e magari pensava pure di essere interessante mentre lo diceva. Sarà ma io non sono mai stato d’accordo. Stavo divagando vero? Avete ragione, il tempo è poco.
Detto fatto misi su un bell’annuncio e rimasi ad aspettare. Dopo un po’ successe che dovetti chiudere l’edicola per un paio di giorni, fu un ponte di vacanze o qualcos’altro. Io e Silvia ce ne andammo in giro, a Bologna a uno di quei concerti che piacciono tanto a lei e quando tornai mi aspettava questa bella telefonata. Era il notaio per dirmi che l’affare era concluso, già trovato l’acquirente.  Sospettoso per natura, Innanzitutto mi informai dei soldi: “Anticipo di cinquantamila, già versati nel CC, più seicento al mese per un paio di anni”. Ricordo che risposi “si” per puro automatismo da dopo sbornia. Non sapendo che aggiungere obiettai che volevo conoscere l’acquirente almeno per consegnargli le chiavi del locale e spiegargli un po’ i dettagli di gestione – “Non c’è bisogno ho già fatto io, se ricordi bene tuo padre volle lasciare una copia delle chiavi anche a me come atto testamentario, inoltre l’acquirente ha detto di aver già gestito in precedenza una simile attività ed io considerando che la transazione era conclusa …”. A quel punto quando mi sentii dire –“Passa solo dal mio studio a firmarmi un paio di documenti” potetti solo rispondere di si come uno zombi e attaccare la cornetta. Prima di tutto non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe voluto rilevare quel cesso di edicola, dove l’unico vantaggio è quello di avere la banca del credito Laziale davanti. La cosa l’avevo fatta più che altro per dimostrare a me stesso che potevo, se volevo, mandare tutto al diavolo, e quello che era successo, era che non solo ci ero riuscito ma risultava che al mondo c’era qualche pazzo allucinato disposto a versarmi una autentica fortuna allo scopo di dimostrare la mia teoria.  Inutile dire che Silvia impazzì dalla gioia, così si licenziò dalla Upim chiamando le responsabili “Vecchie troie represse” e ce ne andammo in vacanza. Ci facemmo tutta la costa francese, Parigi, Amsterdam e Berlino. Va detto che di quella merda di dark berlinese non mi ricordo nulla, ma ci divertimmo un sacco ... naturalmente sto divagando. Quando alla fine tornammo, decisi che avevo tutto il tempo e le risorse per mettermi a cercare un lavoro decente. Silvia (molto a malincuore) fu riassunta alla Upim, dove le lasciarono praticamente solo gli orecchini ed io cominciai a lavorare come centralinista. Dopo due mesi già ne avevo fin sopra ai capelli, così passai al Mc Donald. Il capo era un tizio partito a suo dire “dalla gavetta” per cui mi rompeva i cosiddetti tutti i giorni, mentre io non riuscivo a mandare a memoria nemmeno uno di quei panini del cavolo. Risultato; dopo un paio di mesi al termine dei quali ancora non ero riuscito a farmi spostare dai panini, mollai “la gavetta” e andai a fare il rifornitore. Può darsi che fu proprio quello a farmi tornare nostalgia per l’edicola. La cosa assurda è che per mesi devo aver rifornito almeno tutte i chioschi e i rivenditori di questo sputo di città meno che quella. La cosa era impensabile già di per sé, voglio dire da dove si faceva arrivare le riviste e i giornali quel tizio che io nemmeno avevo conosciuto e che si supponeva avesse comprato con gli interessi almeno un buon terzo della mia vita post-adolescenziale? Ne parlai un po’ con Silvia e lei mi rispose che era stufa di lavorare alla Upim e che se volevo riprendermi l’edicola andava benissimo così ci lavoravamo a turni e lei non era costretta a stare in quel posto di … beh avete capito.
Così era fatta.
Non dovevo fare altro che presentarmi al tizio fantasmatico per offrirgli di ricomprare l’attività, metà del prezzo iniziale più un piccolo incentivo perché non volevo sparare niente di esagerato. Per farlo contavo ovviamente sul buon senso del tizio, che dopo un anno di attività ero sicuro che non fosse riuscito a diventare ricco come sperava. In fondo, pensavo io, che clientela ti volevi aspettare da un cesso come quello, ma, come al solito, mi sbagliavo. Avrei dovuto preoccuparmi già da quando vidi l’altra edicola piazzata praticamente al lato del Credito Laziale; moderna, luminosa, colorata e piena di banchieri. Ricordo di aver pensato che forse rifare il cambio non mi conveniva poi tanto, poi pensai anche; ma è possibile che “lui” non avesse tentato di fare nulla? In un anno che la teneva come diavolo aveva fatto a non finire in bancarotta? “E sicuro che la nuova c’ha pure una bella sezione porno” visto l’afflusso era inevitabile pensarlo. Ma quando mi ritrovai davanti alla teca quasi non ci potevo credere. Se gli ultimi numeri di Spider man che avevo io erano dell’anteguerra questi sicuro che erano di poco posteriori a Flash Gordon, tranquillo che un collezionista avrebbe fatto a botte per averli. Senza altri indugi entrai nel mio antico regno e quello che vidi dopo non so se fosse frutto di una qualche allucinazione oppure no. In quella che un tempo era la mia sedia stava adesso seduta la più impressionante massa di carne che avessi mai visto in vita mia. Il tizio, da seduto, quasi mi uguagliava in altezza, stava chino su di un grosso libro dalle pagine gialle per l'umidità e, da quel che sembrava, non si era nemmeno accorto del fatto che qualcuno fosse entrato. Una massa di capelli radi e sudici, di colore ferroso si avviticciavano su di un cranio roseo con chiazze giallastre mentre l’immenso corpo stava chiuso in una specie di giacca di tela, talmente sformata da sembrare un sacco. Finalmente si accorse della mia presenza, per piantarmi in faccia due occhi neri e lucidi, sovrastati da un immenso monociglio dello stesso colore dei capelli. Al vedermi afferrò ancora più forte il libro che stava leggendo, con delle mani callose, tozze ed enormi, decorate da grinfie giallastre come le chiazze craniali e quando con una specie di ringhio sommesso mi disse buongiorno mi ricordo solo che desiderai con tutte le mie forze che non si alzasse, che non mi mostrasse per intero tutta la completezza della sua mole mostruosa, che rimanesse lì a mezza altezza come un Jumbo mezzo interrato in un banco di sabbia o come la testa di una megattera colta appena prima di inabissarsi. Alla fine riuscii a ritrovare la parola per rendergli il saluto, mi presentai e gli spiegai più o meno quel che volevo, anche se lui non fece nemmeno il tentativo di chiedermelo. Devo aver parlato come una specie di automa perché nemmeno mi ricordo esattamente cosa gli dissi. Per non guardarlo direttamente, mi soffermavo sui vecchi scaffali delle novità rovinati dalla polvere e dalle ragnatele, sulle mensole riservate a Disney Italia invase da libri da cui si leggevano intestazioni impronunciabili, sui ripiani da vetrina sudici e abbandonati su cui riposavano carcasse di lanciostory e pornazzi antidiluviani di infima categoria. D’improvviso smisi di parlare. Forse aspettavo una risposta, un commento, qualcosa che non assomigliasse al grugnito gutturale con il quale ero stato salutato: niente di tutto ciò. Si limitava a fissarmi, con il suo monociglio e quegli occhi lucidi e neri, umidi come quelli di un bambino o di un isterico. Colsi un movimento, il tonfo sommesso di un libro sul banco. Era forse l’inizio di un tentativo di alzarsi? Non potevo sopportarlo. Corsi letteralmente via dall’edicola, scappai a gambe levate sotto gli occhi stupiti dei banchieri in pausa del Credito laziale, corsi fino a perdere il fiato, fino a quando sudato e con il cuore a mille non riuscii ad abbandonarmi su di una panchina e riordinare le idee. Chi o “che” diavolo era quell’essere? Era l’incarnazione di tutte le mie paure di bambino, l’uomo nero, il Vecchio che si toglieva la cinghia prima di darmi una buona ripassata, la prima figura di merda ad un esame, il ghigno soddisfatto di uno sbirro prima di prendermi a calci in culo, un cane che abbaia all’improvviso a due centimetri dal tuo orecchio dietro il cancello di una villa, nella notte incombente. Tornai a casa e mi misi dritto dritto a letto. Quando Silvia tornò borbottai due parole sul fatto che mi sentivo male, “febbre?” domandò, non credo che risposi, mi addormentai dopo due minuti. Sognai tutta la notte che cercavo di entrare nell’edicola, ma una grossa figura nera si piazzava giusto sulla porta e non mi lasciava passare. Quando alla fine ci riuscivo, mio padre posava il grosso libro ammuffito che stava leggendo e fissandomi in volto cominciava a ridere, una risata grassa, tuonante, che gli faceva lacrimare gli occhi e tenersi la pancia. Sognai che persino Ronnie se la rideva, la bocca piena di incisivi rotti, dietro le finestre della casa in campagna della sua Vecchia. Poi vidi una serie di facce, una camera oscura che sembrava lo studio del notaio. Io stavo firmando gli ultimi documenti del passaggio di proprietà con le mie dita grassocce e sudate di bambino, mentre dal fondo oscuro proveniva una voce grave che poteva essere quella del notaio, oppure no. “Queste creature” spiegava “cercano un posto isolato e fuori mano dove nascondersi agli occhi della gente. Una volta potevano essere molto pericolose, ma adesso si accontentano solo di circondarsi dei nostri rifiuti, di ciò che noi abbandoniamo o di cui vogliamo disfarci e a parte questo non desiderano saperne nulla di noi. Se invece vengono disturbate cominciano ad interessarsi a noi e non nella maniera migliore. Dominano le nostre paure, conoscono tutte le molle che generano il terrore cieco e il panico, sanno qual è la scena migliore da mostrarci perché il cuore cessi di battere e la ragione ci abbandoni per sempre. Nel tuo caso hanno fatto una buona offerta, vantaggiosa per tutti e siccome pensavo che la transazione fosse conclusa …” mentre guardavo il fondo oscuro terrorizzato, qualcosa fece l’atto di alzarsi da una sedia e a quel punto mi svegliai. Ero sudato fradicio e mi tremavano le mani. Silvia era già tornata a lavoro e la cucina era una merda. Mi feci un caffè forte, chiamai a lavoro per lasciar detto che non stavo bene e cercai di riprendermi. La prima cosa che pensai fu: “a fare in culo tutto”.
Non mi impressionava tutta quella manfrina di terrori e paure da adolescente depresso. Il tizio era un fenomeno da baraccone, poco ma sicuro, si era comprato la mia edicola per passare in tutta tranquillità gli ultimi miserabili giorni della sua miserabile vita da freak al riparo dai dileggi della gente, ma adesso io la rivolevo e non sarebbe stato uno psicolabile come quello ad impedirmelo. Mi scervellai per una buona mezz’ora sul possibile metodo da adottare per poi darmi del coglione e rispondermi da solo. Si che sapevo come fare, alla mia maniera e con i miei mezzi. Chiamai il mio compare maresciallo, mi informai sulla sua salute e gli promisi nuovi e interessanti sviluppi per quanto riguardava i nostri affari. Naturalmente in cambio di un piccolo favore. Ci misi un’ora a convincerlo senza dovermi abbassare i pantaloni e piegarmi a novanta gradi, con l'unica riserva che fossi io stavolta ad occuparmi dei dettagli tecnici perché lui non aveva la minima intenzione di farlo. Bestemmiai tra me e me e stetti quasi per rinunciare, ma l’opportunità era troppo buona e non potevo lasciarla scappare, considerando che dopo l’ultima volta non potevo proprio aspettarmi di più. Salutato il mio compare mi misi a rovistare nel ripostiglio, tirai fuori la mazza da baseball che mi regalarono per il mio quindicesimo compleanno ed un paio di buoni guanti di pelle, li misi sul tavolo e aspettai. Quando Silvia tornò le spiegai il piano e le dissi di prepararsi perché quella notte sarebbe stata un po’ movimentata.
Lei non battè ciglio, di fronte all’Apollinea perfezione del mio piano.
Facemmo una bella scopata giusto per scaricare un po’ la tensione, poi lei si fece una doccia, si truccò e si mise in assetto da battaglia: collare con le borchie, lamette legate alle unghie con nastro adesivo modello “Freddy Kruger – Tura Satana”, fascia di seta alla cintura modello “Rumal thug da scantinato” e spray al peperoncino. Indossammo un paio di spolverini per non intralciare i movimenti ed uscimmo. Raggiungemmo il parco di fronte al credito laziale alle otto in punto, io andai a comprare dei panini e qualche birra ed aspettammo. Alle nove assistemmo all’esodo degli ultimi banchieri del credito laziale, alle nove e mezza fu il turno degli uscieri, poi venne il turno delle filippine che facevano le pulizie. Dall’edicola nessun segno di vita. Silvia si mise gli auricolari e regolò il volume al massimo, potevo sentire gli strilli degli AC DC a un metro di distanza. Alle dieci e mezza Silvia se ne uscì con un “Mi sono rotta le palle entriamo dentro e spacchiamo tutto”, le dissi gentilmente che fino a quando non arrivava la volante non si faceva nulla. Alle undici, dopo l’ennesima canna, Silvia tentò di ridarsi lo smalto alle unghie, ma smise quando si accorse che con le lamette era praticamente impossibile.
In strada non c’era nessuno ma la luce dell’edicola era ancora accesa. Alle undici e quarantacinque finalmente arrivò la volante, le luci cominciarono a spegnersi: era il momento.
Silvia si piazzò nell'androne del palazzo accanto al punto X, io all'altro lato dell’androne, sapendo per esperienza che quello era un punto cieco alla vista dall’interno dell’edicola, perchè la porta si chiudeva solo con la chiave ed il buco della serratura era sulla sinistra e dava giusto sul muro. Ho già detto che mai ho potuto permettermi il lusso di una saracinesca?
Una massa enorme si profilò nel vano della porta, mio Dio quanto era grosso. Ho cominciato a pensare di mollare tutto, ma era troppo tardi e c'era anche Silvia di mezzo. Forse è stato quel pensiero fugace da cavalleria del cazzo a cancellare gli ultimi dubbi, così sono sbucato urlando come Geronimo dal mio posticino segreto e l'ho beccato con la mazza da baseball su quella che doveva essere la nuca proprio mentre stava chiudendo a chiave.
E’ stato come colpire un muro di mattoni con una clava da carnevale, non se ne è nemmeno accorto. Un momento dopo le sue manacce si chiudevano sul mio collo da mezza sega mentre le unghie cominciavano a scavarsi una strada verso la mia giugulare. In piedi mi superava di tutta la testa, poi mentre grugniva per lo sforzo, tutto si è trasformato in una gag di Benny Hill, ha mollato un peto. Quando si è voltato gli ho intravisto tre tagli trasversali sulla schiena: il marchio delle lamette di Silvia. Un manrovescio, uno strillo e Silvia era a terra, l'ho colpito, di nuovo e con più forza nello stesso punto, la nuca o qualunque cosa collegasse quel tronco da megattera a quella testa da bufalo. Stavolta doveva aver accusato il colpo perché mi ha afferrato la testa facendo pressione per schiacciarmela come una mela marcia. Prima che potesse riuscirci ho visto la sciarpetta di seta di Silvia allacciarsi a quel tubo di scarico che doveva essere il suo collo. La ragazza lo stava facendo da Dio. Si è portato le mani alla gola ed a quel punto l'ho colpito direttamente in faccia, in mezzo a quel monociglio del cazzo che continuavo a intravedere alla luce dei lampioni. Ma poi non so che cavolo è successo, perché a piegarsi all'indietro non è stata quella massa amorfa di grasso e paura, ma una vecchietta vestita di nero, con la faccia congestionata ed un vecchio ombrello in mano. Silvia doveva essere allucinata almeno quanto me perché ha mollato la presa e a quel punto la vecchietta si è girata e gli ha dato la punta dell'ombrello in un occhio. Ho sentito il suo strillo di dolore e sono impazzito di rabbia, vecchia o non vecchia se colpisci la mia donna sei morta. Gli ho ridato la mazza giusto nell'attaccatura fra le spalle e il collo ma non stavo colpendo una vecchia pensionata isterica, bensì un mastino napoletano grande quanto un pony e più nero del buco di culo dell'inferno che con un ringhio mi si è avventato direttamente alla gola. A salvarmi è stato solo l'istinto perché ho fatto per pararmi con la mazza da baseball, cosìcché le fauci del mostro si sono chiuse su questa e non sulla mia faccia. A quel punto me la stavo facendo sotto, potendo solo sentire quelle zampe da elefante mentre mi strappavano la camicia, il crocchiare imminente del legno della mazza mentre si stroncava a metà. Poi si è intromesso un suono veramente ridicolo in quella situazione "Fzzzzt !" la bestia ha emesso un ringhio ed un guaito ed ha mollato la presa ... spray al peperoncino, brava ragazza. Gli ho dato la mazza sul muso prima che potesse trasformarsi un'altra volta. "Dove cazzo sta la volante?!!" ricordo di aver strillato in preda al panico mentre finivo di sfasciare la mazza da baseball su quella testa impossibile che già si stava deformando in preda ad una nuova metamorfosi " Se ne è andata... quel figlio di troia del carramba è venuto e ha telato!" ha risposto la voce isterica di Silvia. Adesso stavamo osservando una specie di gorilla nero come la notte e con il muso ridotto ad una massa di carne sanguinolenta, ma prima che potessimo registrare i nostri movimenti Silvia gli aveva già graffiato gli occhi con le lamette, quegli occhi lucidi  e spalancati, isole mobili in un mare di tumefazione mentre io gli tiravo un calcio nelle palle con tutta la forza che mi era rimasta. Il coso si è avventato alla cieca su di noi e io non ho visto più niente.
 Quando dopo un’eternità mi sono rialzato, a terra c'erano due corpi, per la strada nessuno. Mi sono avvicinato a quello più snello pregando con tutte le mie forze che fosse viva ...  Lo era. Dall'occhio destro colava un piccolo rivolo di sangue e aveva tutte le unghie rovinate ma era viva e tossiva e mi chiedeva di lasciare tutto e tornare a casa. Ho dato un'occhiata all'altro corpo, una massa stranamente più piccola di quanto mi fossi immaginato, scura e scomposta che per un attimo mi è parsa indossare due stivali doc Martens stranamente familiari ... ma poi Silvia mi ha tirato via piagnucolando e ci siamo dati a gambe levate, con quel poco di sano che ci era rimasto.
Adesso sto qui, alla scrivania, mettendo su carta tutto quello che mi è successo da quando più o meno sapete. Aspetto da più di un'ora che Silvia esca dal bagno ... Silvia che ha rifiutato di chiamare l'ospedale, Silvia, la donna che mi ha aiutato prima e dopo ... la mia donna. Ripenso al sogno che ho avuto ieri notte e a quella voce. Queste creature diventano pericolose solo quando cerchiamo di riprenderci quello che gli abbiamo lasciato, comincio a pensare che quel sogno era un avvertimento, un avvertimento a non provare a togliere loro il giusto compenso di una privacy che ritengono aversi guadagnato. Scrivo per dirvelo e per avvertirvi, perchè il tempo è poco. Dal bagno sento il suono di passi pesanti e il cigolare della porta che si apre, non so perchè ma mi viene in mente l'immagine di mio padre in pigiama, anche se so che non saranno nè Lui nè Silvia ad uscire da quella porta, a giudicare dal grugnito gutturale che ho sentito. Adesso devo lasciarvi, vado a spegnere la luce.

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